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Settembre 2009 anno 8 n° 104 |
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TIMPIESI MINORI E MANNI: MARCUCCIO ACHENZA a cura di Anna Demuru Il giorno 22 luglio nel corso di una serata, organizzata dai Lions presso l'Ufficio Turistico del Comune, è stata presentata in memoria di Marcuccio Achenza, noto commediografo tempiese, la raccolta delle sue commedie scritte in vernacolo. Il volume, curato dal genero Giovanni Maria Pasella e dalla figlia Margherita, ha suscitato commozione nel pubblico presente. Molti sono stati i brani recitati e proposti dai diversi letterati che hanno cercato di immedesimarsi, cosa non facile, nel riproporli al di fuori del contesto teatrale. Coinvolgente la parte cantata accompagnata da una melodica fisarmonica. La raccolta dal titolo Ca no à nudda di fa pidda la gjatta a pittinà è un susseguirsi dei maggiori successi che in sessanta anni di attività creativa ha dato ai tempiesi momenti allegria e spensieratezza proprio quando, finita la guerra, c'era la necessità di riprendersi non solo dal punto di vista materiale. I tempi erano duri per tutti (purtroppo li stiamo rivivendo tragicamente anche se per motivi diversi) ma grazie Marcuccio che aveva un grande spirito di osservare ciò che il convento passava, c'era la possibilità di un sano divertimento. Bandite le parole volgari e i doppi sensi, governava la sua compagnia composta da soli uomini, con calma e dedizione. Le figure femminili erano rappresentate da baldi giovanotti agghindati da massaie con voci in falsetto e se le movenze non erano proprio muliebri poco importava, anzi suscitavano l'ilarità del numeroso pubblico. Le commedie erano ripetute a grande richiesta ed a Marcuccio non mancava certo la capacità di riproporne di nuove. I tempi erano diversi: oggi purtroppo la televisione, i divertimenti e diciamola pure la libertà boccaccesca pare sia d'obbligo per strappare una risata. Il mondo femminile ed il suo lato B è una condizione senza la quale è impossibile attirare l'attenzione un po' morbosa ed esigente del pubblico. Marcuccio non immaginava che saremmo arrivati a questo livello anche se, aggiornato com'era su tutto, avrà visto con riprovazione ciò che attualmente viene proposto. Uomo tutto di un pezzo, proiettava la ben nota severità morale nella sua numerosa famiglia, educando severamente e cristianamente i figli come e più di quello che i tempi proponevano. Non aveva bisogno di ricorrere a punizioni per farsi ubbidire, uno sguardo bastava per ristabilire l'ordine. Lo ricorda così la figlia Margherita che con coraggio e amore, nonché grande ansia, ne ha raccolto lo spirito fra molte difficoltà, ottenendo ottimi risultati con la sua già consolidata compagnia. Difficilmente chi ha ricevuto un'educazione rigida ed esigente riesce a scrollarsela di dosso: si è visto quando, alla fine della presentazione del libro, dopo varie e toccanti attestazioni di stima e rimpianto (da parte dei notabili presenti) Margherita ha voluto ringraziare tutti annullando le sue ben note capacità intellettive, supportate da seri studi e ricerche, per lasciare con grande modestia che il momento fosse dedicato unicamente al padre. Per i figli d'arte la strada è sempre in salita ma questa giovane donna, dal carattere schivo e razionale nasconde una grande capacità di osservazione e umiltà di ascolto. Così la descrive una delle sue attrici Maria Antonietta Pirrigheddu che ne valuta ogni aspetto rapportandolo con quello di Ziu Malcucciu con il quale aveva iniziato giovanissima a recitare ricevendone i primi insegnamenti e consigli per affrontare la scena teatrale. Marcuccio, continua Maria Antonietta, era attratto maggiormente dai caratteristi, personaggi che interpretavano le loro stesse consuetudini di vita enfatizzate dal regista che ne esaltava il lato più strano del modo di essere: un intercalare ripetitivo, un vizio di pronuncia, una parte nascosta della personalità che lui riusciva a cogliere, veniva portato alla luce e immesso nella commedia che risultava così veritiera a e comprensibile a tutti. Ogni settimana ne faceva rappresentare una a braccio, cioè senza un fisso canovaccio, per insegnare ai più giovani a scoprire la loro vena creativa che veniva sempre rispettata. Restio a muoversi da Tempio, nonostante le numerose richieste da parte dei paesi vicini, preferiva lavorare in loco. Sempre calmo e sereno. anche quando la compagnia si lasciava travolgere dal ridere per un passo falso di un attore o la dimenticanza di una battuta, zio Marcuccio accettava il danno con ironia e partecipazione senza lasciarsi prendere dal panico ristabilendo così il ritmo perduto. Ce lo ricorda così anche un vecchio amico, il signor Amilcare Loverci, che lo amava e stimava per lo spirito cristiano e per la coerenza ai suoi sani principi morali. "Era un uomo corretto - ci dice -, un grande lavoratore e la furbizia all'italiana non lo toccava. Pulito, rigoroso, trasparente"... Un mito in tutti i sensi come ebbe a definirlo la sorella Margherita. Battista Ardau Cannas, commediografo sassarese, aveva già messo in scena la sua Farendi in Turritana, che Marcuccio riprese e parafrasò in Falendi in Cacadda. L'autore della commedia sassarese ne riconobbe la superiorità e complimentandosi con il nostro ebbe a dire "L'allievo ha superato il maestro". Le doti innate di questo nostro concittadino non si fermavano per chi lo ha conosciuto nel solo scrivere, ma trasparivano anche nell'amore per il suo prossimo. Il signor Loverci ricorda le canzoni in voga che venivano rivedute e corrette come quella dedicata alla moglie Rosa sulla canzone Vivere che fu cantata da Tore Pintus, pittore, scultore, eclettico artista, assistente sociale (purtroppo scomparso in questi giorni). Quando veniva rappresentata una commedia di Marcuccio era necessaria la presenza dei Carabinieri, per arginare la folla, nonostante da Natale all'Epifania fosse un continuo replicare. La musica non mancava mai anche se il regista non la conoscesse e fosse notoriamente stonato. Aveva però una grande capacità matematica, come ricorda la figlia Margherita, essendo la musica un fattore numerico fatto di quarti, di ottave ecc. riusciva a destreggiarsi benissimo. Impersonò, per lunghi anni, la figura di giudice che, a carnevale, presiedeva il processo a Gjolgju Puntogliu con condanna finale. Non va dimenticata la caritas di questo uomo singolare che, d'accordo con la compagnia, devolveva gli incassi ai poveri, all'Associazione Amici dei lebbrosi, facendo arrivare anche delle donazioni in Africa dove operava una cognata suora. I campeggi estivi a Golfo Aranci, allora semplice borgo di pescatori, gli davano l'imput per far recitare tutti i ragazzi che impersonavano o contadini sempliciotti o russi e americani, imitando le lingue e ricevendo sempre vasti consensi e... molte offerte per i lebbrosi. La famiglia si accorse della sua stanchezza quando, lui lettore instancabile, rallentò questa sua passione. Potremmo continuare ancora a rievocare episodi, fatti ed opere della sua vita quotidiana perché non gli mancavano nessuna delle doti che una persona onesta dovrebbe avere. Di certo lui mancherà non solo ai suoi familiari, agli amici più intimi ma anche a tutti noi, semplici ma entusiasti spettatori delle sue indimenticabili commedie.
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