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Giovedì 18 luglio 2006

Il festival «Mille e un Nuraghe» si è chiuso con una serie di
manifestazioni per riscoprire antichi valori dell'isola

Fiabe e sapori senza tempo

Perfugas: 4 giorni all'insegna del racconto e delle tradizioni

di Letizia Villa

PERFUGAS. «Siamo anche quello che abbiamo ereditato. (...) Si produce e si macina tutto preconfezionato...». Le parole dell'artista Fabiola Ledda, proiettate sul muro prospiciente il pozzo sacro nel centro storico, sembrano sintetizzare lo spirito dei 4 giorni dedicati a «Mille e un nuraghe». Recuperare ciò che ci è stato tramandato con la narrazione orale ma, allo stesso tempo, riscoprire sapori genuini, lontani dai tempi frenetici che portano a prediligere il tutto già pronto.

Il paese è diventato officina: abitazioni private e antichi edifici si sono trasformati in laboratori dove mani sapienti hanno fatto apprezzare arti cariche di fascino. E se Eugenia Pinna ha svelato i segreti della tessitura di arazzi e tappeti, Giovanni Fancello e Luisa Monne si sono prodigati nella preparazione di dolci e nella panificazione. Ma non sono mancate le proposte per i più piccoli, come «Fiabe a merenda».

«Raccontare le fiabe significa dedicare tempo - sottolinea Enedina Sanna di Archivi del Sud, curatrice della manifestazione -. Abbiamo voluto creare un connubio fra tradizione orale e cibi genuini, invitando i bambini a fare merenda con pane e formaggio». E, almeno per una sera, i più piccoli hanno dimenticato le merendine e sono tornati a casa con una peretta formato baby preparata dalla Coop. pastori perfughesi.

Dai laboratori alle mostre di arte fino al fascino della musica e del ballo: tutte le diverse forme di comunicazione si sono date appuntamento a Perfugas. «Questi quattro giorni sono il risultato di un anno di lavoro - spiega ancora Enedina Sanna -. La macchina organizzativa non si ferma mai se si vuole dare continuità a una manifestazione giovane ma che ha dimostrato capacità di crescita. L'auspicio è che la comunità di Perfugas voglia continuare a crederci come ci ha creduto finora. Già nella seconda edizione avevamo ottenuto un ottimo riscontro. Quest'anno abbiamo ricominciato dopo l'interruzione del 2005. Abbiamo voluto riproporla perché ha ottime potenzialità, dai contenuti originali a livello narrativo. Si punta sulla narrazione orale, poi attorno si tesse una tela di eventi collegati: performance di arte visiva, esposizioni di artisti. In più coinvolge un pubblico eterogeneo, al bambino all'adulto. Tutti gli artisti che abbiamo scelto hanno la stessa caratteristica: sono bravissimi comunicatori».

Ognuno ha proposto il suo modo di raccontarsi: c'è chi, come Valerio Mazzanti, nei quadri rappresenta muri scrostati da cui escono pezzi di vita o chi, come Max Mazzoli, ferma su tela la frame di «Arancia meccanica» o di «Taxi Driver». Ed ecco che le immagini, come spiega il curatore delle mostre Stefano Resmini, diventano una cosa a sé. Ci sono poi le immagini sacre, come quelle del retablo di San Giorgio spiegate da don Paolo, ricchezza del territorio che «A s'arbeschere» ha fatto da sfondo al concerto di Sandro Fresi et Iskeliu.

E come non rimanere rapiti dalla capacità di affabulare dei «Mastros de contascias» Franco Enna e Franco Fresi, o dal canto di Uccia Enna, ma anche da chi si rivela depositario di fiabe come Gesuina Mele o Maria Antonietta Pirrigheddu. Dal crepuscolo all'alba è poi l'ora di «Fralomescur», i racconti portati in scena dal «fulesta» romagnolo Sergio Diotti con la musica di Andrea Branchetti. Ma quando si avvicina mezzanotte arrivano i «Contos de s'iscuru»: «Brujas» di Natalino Piras e «Cogas» di Gianluca Medas. E allora si è accomunati da un unico pensiero: che la notte riesca ad allontanare l'alba, per ascoltare le storie della bella Eulania e di Antoneddu.

 

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