
LA CREAZIONE DELLA PAROLA
SECONDO I DOGON DEL MALI
Questo è il tema della quarta
edizione del festival Mille e un Nuraghe, che abbiamo voluto
caratterizzare in modo più nitido, non più "festival del racconto",
ma "della fiaba", perché non ci siano dubbi su quale tipo di
racconto. E ancora meglio, della fiaba popolare nella sua forma
originaria, vale a dire quella dell'oralità.
La parola
è una produzione del corpo, qualcosa che è fabbricato dal corpo e
dalla persona per intero.
Insieme alla prole, è una delle più alte produzioni dell’umanità.
Dunque, la parola si fabbrica nel corpo.
Tutto ha inizio con un processo intellettuale che si svolge nel
cervello, il pensiero, l’idea primigenia della parola.
Ma la “parola” propriamente detta si “forgia” (è proprio l’espressione
usata dai Dogon) dapprima nella pancia, nel ventre, ovvero proprio nelle
viscere.
Quattro elementi entrano nella composizione della parola e sono i
quattro elementi costitutivi dell’universo secondo una concezione che si
ritrova nel mondo intero: terra, acqua, aria, fuoco. Sono la materia
prima del nostro corpo, come di tutto ciò che esiste nella creazione.
Sono distribuiti nei vari organi, ed è lì che la parola va a prenderli.
Nello stesso modo in cui si dosano gli ingredienti in cucina, la parola
è fabbricata con dosi diverse di questi elementi, come una pietanza
nella quale mettiamo più o meno sale o condimento. Il dosaggio di questi
elementi nella parola influisce sulla sua natura e sul suo effetto in
chi ascolta.
Altri ingredienti importanti, oltre ai quattro elementi di base, entrano
nella composizione della parola.
Uno dei più importanti è quello che i Dogon chiamano “l’olio del
sangue”: c’è una parte grassa del sangue, secondo loro, e questa
sostanza si mescola alla parola e le conferisce fascino e bellezza,
determina il suo carattere gradevole.
La bile, invece, dà amarezza, ma è purificatrice.
Può esserci anche del sale, il sale della parola, con lo stesso
significato che ha in occidente.
Quanto al miele, allo zucchero, essi danno una parola dolce e molto
piacevole, ma della quale bisogna diffidare, perché illudendovi, vi
addormenta.
Tutti questi elementi costituiscono una specie di cucina: esistono molte
analogie tra la parola e il cibo, e i Dogon stessi usano questa
metafora.
Al livello della pancia, dove si mescolano gli elementi primari,
interviene una vera e propria fucina, per riprendere un’altra metafora
dei Dogon.
L’elemento acqua è essenziale alla parola, le dà vita, non esisterebbe
senza. Contenuta nel fegato, come in una pentola sul fuoco, l’acqua
della parola è riscaldata dal cuore che è il fuoco della fucina.
Entrando in ebollizione, essa diventa vapore acqueo che troverà
propulsione grazie ai polmoni, il mantice della fucina, per salire poi
verso la laringe e gli organi della fonazione.
Arrivata alla laringe, la parola, questo vapore acqueo che contiene già,
in sostanza e in potenza, tutto il discorso, ma non ancora udibile,
diventa materia sonora.
Nella bocca, cambia la metafora ed entra in gioco la tessitura: la
nostra bocca è un telaio, la lingua è la spola che va e viene, si muove
senza sosta, i denti sono il pettine attraverso il quale passano i fili
dell’ordito.
E’ dunque nella bocca che la parola viene tessuta. E’ qui che diventa
tela di cotone che prende forma, colore, disegno per venire fuori dal
corpo e andare nel mondo.
Si comprende ora perché tra i Dogon la parola “stoffa” significa “è la
parola”. Anche noi, del resto, diciamo “la trama o il filo di un
discorso”.
La parola, sotto forma di vapore acqueo, ma ora anche materia sonora,
viene spinta seguendo una linea elicoidale che ricorda la spirale della
creazione secondo la quale tutte le cose si sono trasmesse nel mondo.
E’ questa spirale in movimento che è rappresentata graficamente sotto la
forma di una linea a zig-zag, motivo decorativo che si ritrova anche in
Egitto. Questo segno figura un po’ dappertutto nella decorazione degli
oggetti e ha in effetti un valore simbolico.
La parola, lanciata secondo questa linea elicoidale, arriva all’uditore.
Poiché, affinché ci sia parola ci deve essere un uditore, deve esserci
dialogo. Entra nel suo orecchio dove va a condensarsi, ridiventa
liquida, si diffonde nel corpo dell’uditore e secondo i suoi componenti
provoca su di lui effetti diversi.
Una parola che contiene troppo fuoco, per esempio, è una parola che
brucia, di collera, di litigio, dunque l’uditore per reazione risponderà
in modo aggressivo. Una parola che contiene troppa aria galleggia
inconsistente, ciò che dice è senza importanza.
Quando si parla alla gente da lontano, le parole prendono il volo, le
persone capiscono male, rispondono appena.
Per la parola ci vuole in ogni caso dell’acqua. Essa è la sua vita.
L’aria è il suo respiro, ciò che la sostiene, la porta. Il fuoco, anche
se non ce ne vuole troppo, resta comunque essenziale, perché una parola
fredda non convince, non ha alcun effetto sull’uditore.
La terra è il senso, ciò che dà peso alla parola. Tutti questi elementi
sono dunque assolutamente necessari alla vita della parola.
Dunque la parola è forgiata nelle viscere, tessuta nella bocca, poi
portata, condotta attraverso l’aria verso un uditore sul quale essa
produce un effetto e che rinvia una risposta, essendo così all’origine
del dialogo, vale a dire della vita sociale.
Tratto da: Geneviève
Calame-Griaule,
La parole du monde
(par Praline Gay-Para, Mercure de France,
1990)
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