Il caso Englaro ha attivato per mesi un tormentone
di conflitti ideologici, di contrasti di opinione e di principi sulla
difesa della vita. E’ divenuto un discrimine tra i principi morali e
religiosi di una Chiesa arroccata su posizioni spirituali e preoccupata
in modo ossessivo della difesa ad oltranza della vita dei cittadini del
nostro mondo occidentale* da una parte, i principi laici di solidarietà
umana che non accetta una sopravvivenza provvisoria ad ogni costo quando
ci siano condizioni di grave sofferenza dolorosa terminale dall’altra.
Quale delle due posizioni tutela veramente l’essere
umano in queste condizioni estreme di difficoltà? L’una si preoccupa
dell’anima, di presunte leggi divine, del peccato contro di esse,
l’altra dell’uomo sofferente che, oltre al dolore, non ha un futuro.
La tentazione umana e samaritana laica ha in questi
casi e qui da noi un nome contestato e malfamato: si chiama Eutanasia.
Non voglio qui entrare in questa spinosa questione; voglio solamente
raccontare brevemente una mia vecchia esperienza che può forse portare
un po’ di luce al problema.
All’inizio degli anni ’60 ero un chirurgo
relativamente giovane con funzioni di Aiuto in un famoso Centro di
Chirurgia Toracica e Cardiaca di Leeds (Yorkshire - Inghilterra). Nel
mio reparto venivano operati numerosi casi di carcinoma polmonare. Si
trattava prevalentemente di minatori, che sono particolarmente soggetti
a questa patologia. I pazienti venivano poi seguiti ambulatorialmente.
Come si sa, in questi casi le recidive della malattia sono molto
frequenti e sono ad esito infallibilmente mortale. Questi pazienti
venivano spesso ricoverati anche nella penosa fase ultima della malattia
che in alcuni casi era caratterizzata da grande sofferenza.
Ricordo che talora, durante la visita al Reparto,
il Primario giudicava opportuno prescrivere a qualche paziente il
“Brompton cocktail”. Si trattava di un flacone di un certo liquore (a
base di oppioidi e di Gin) accompagnato da un piccolo bicchiere. “Quando
avverte troppo dolore” diceva al paziente ”ne prenda senz’altro un
bicchierino, senza particolari limitazioni”. Questi pazienti ottenevano
sollievo dal loro dolore, ma entro pochi giorni morivano.
Tutto ciò al giovane medico, quale io ero, sembrò
naturale, umano e benefico. Era in realtà una eutanasia che il povero
paziente si somministrava da solo lenendo le sue sofferenze e
abbreviandole, assieme alla sua vita, di qualche settimana. La domanda
che mi pongo e pongo a tutti è questa: è giusto arroccarsi nella difesa
all’ultimo respiro di una vita-tormento? Io non lo so, anche perché si
dovrebbe comunque distinguere con cautela caso da caso. E’ comunque un
problema che va suscitato e discusso.
Ho pensato di parlarne in questo momento quando
l’argomento Eutanasia è prepotentemente e ossessivamente in vista e
demonizzazione, pronto ad essere discusso nell’ambito della “difesa
della vita” ad ogni costo. La Chiesa ha bisogno di bandiere dietro cui
far marciare le sue schiere e la sua dominanza, i parlamentari hanno
bisogno del sostegno elettorale della Chiesa.
Riconosco ad onor del vero che la gerarchia
ecclesiastica cattolica ha saputo in questi ultimi secoli abiurare la
difesa violenta della dottrina cattolica, intessuta di uccisioni e di
torture. Essa era costata il sacrificio di tante vite umane e il
tormento di tanti individui che si ostinavano a pensare con la propria
testa e ad avere opinioni difformi dalla santa dottrina. In realtà
queste uccisioni non rientravano, in quanto ferocemente disumane, nella
definizione di Eutanasia che è “la dolce morte” e pur prefiggendosi un
fine alto e santo erano pur sempre interruzioni della vita terrena.
(*
La morte
e le sofferenze non solo di ammalati terminali, ma anche di intere
popolazioni, di bambini che muoiono letteralmente di fame e di
disidratazione, non sembrano avere nella Chiesa un impatto e uno spirito
di crociata altrettanto forti.)