CHE L'AMORE SIA ORIZZONTE E NON CONFINE
In questo primo giorno del Nuovo Anno, vorrei
lasciare qui una lettera che avevo scritto ad una cara amica (terapeuta
dell'UDI) che mi ha molto aiutato. Spero che queste mie parole possano
essere d'aiuto a chi ne avesse eventualmente bisogno, come ne avevo io.
"Le parole mettono in cammino. Sono il viaggio e
insieme il luogo dove ci si incontra: terre inesplorate e continui
orizzonti. Non sempre e non soltanto suoni: anche il silenzio è parola,
pellegrinaggio in sé e nell' "altro da sé".
Possono essere troppe, le parole, a volte troppo poche.
Ma non importa chi è stato, che cosa ha detto, come lo ha detto o quello
che non ha detto. Non importa neppure se nulla è stato detto perché non
c'era nessuno a parlare o ad ascoltare. Le parole viaggiano comunque,
anche quando apparentemente nessuno le parla e nessuno le ascolta.
Non importa quello che avrebbe potuto essere e non è stato o quello che
è stato veramente, neppure quello che potrebbe essere ancora, o quello
che davvero sarà.
Tutto questo è doloroso, ma bello. Ha una bellezza tutta sua, perché
qualunque cosa sia, comunque sia, sai che arriva ad una meta, ad una
fine che non è un arresto, perché non ha il vuoto davanti: è proprio da
quella fine che tu hai inizio.
Sei tu quella che finalmente nasce, quella che decide, che sceglie di
vivere e di far vivere i sogni.
Le parole su cui abbiamo viaggiato in questi nostri incontri mi hanno
dato molto. Molto di me stessa, intendo. Anche se la prima ferita ce
l'hanno inferta altri, più o meno consapevolmente e quando più eravamo
senza difese, la violenza più dolorosa e più assurda è quella che
facciamo a noi stessi giorno dopo giorno, quando riviviamo in noi non
solo il ricordo delle parole o dei silenzi subiti, ma mettiamo in scena
i modelli che ci hanno plasmato, i copioni che abbiamo appreso, i ruoli,
sempre gli stessi, così rassicuranti nella loro tragicomica
quotidianità...
Questa violenza ti blocca, restringe i tuoi orizzonti, così che dovunque
ti giri, il naso e gli occhi sbattono davanti allo steccato di un
recinto, e non importa se è coperto da tralci di rose rampicanti e
profumate, è sempre un recinto, una gabbia, dorata, magari, ma sempre
una gabbia. Palizzate e sbarre indurite dai depositi alluvionali di
parole che si sono accumulate nel tempo. Parole che sono cresciute
attorno alla carne, si sono avvinghiate all'anima come quei rampicanti
parassiti che radicano sui tronchi degli alberi e li soffocano a morte.
Parole come quegli orribili fili metallici che annodano agli alberelli
per ridurli a bonsai: parole che non lasciano crescere secondo natura.
Cara Marilena, le parole che abbiamo condiviso mi hanno dato la chiave
per uscire, per spiccare il volo. Il coraggio di fare un gran salto e
atterrare dall'altra parte su quattro zoccoli ben saldi.
C'erano una volta un cigno che credeva di essere un brutto anatroccolo e
un cavallo selvaggio che credeva di essere un somaro. Ora sanno che cosa
sono veramente, si sono specchiati nelle parole.
Certo, il cielo aperto con le nuvole e le montagne e l'immensità della
prateria con i boschi, i laghi, i fiumi, il mare con gli abissi infiniti
come i suoi doni, tolgono il fiato e danno un po' di vertigine. Perché
la libertà è vertiginosa.
Ci saranno momenti in cui il cigno rimpiangerà la gabbia e il cavallo
sognerà il riparo sicuro del suo recinto, ma grazie alle parole su cui
abbiamo viaggiato saranno solo momenti.
Le parole possono essere anche colori, nonostante, come questi che vedi,
siano segni neri su bianco. I nostri incontri mi hanno fatto riconoscere
in me i colori primari: tre, guarda caso. Non saprei dire se il Rosso è
il Genitore, il Blu l'Adulto e il Giallo il Bambino, è così che li
immagino... ma di sicuro sarà interessante lavorare sulle mescolanze.
Naturalmente senza la pretesa di Appendere il Quadro Perfetto. Non mi va
di contemplare un disegno sempre identico a se stesso che ammuffisce sul
muro. Può essere tranquillizzante, ma sa sempre di muffa.
Un bellissimo racconto di Piumini, "Lo Stralisco", parla di un pittore
che realizza un quadro utilizzando tutte le pareti della stanza di un
bimbo malato, un quadro che muta continuamente, perché lui lo ritocca
sempre, seguendo le indicazioni e le osservazioni del bimbo.
Forse è questa la vera perfezione e insieme il compito delle parole:
spingere la gente a mutare, seguire e inseguire, sognare, lottare,
salire su di un cavallo bianco e saltare tutti gli ostacoli, o volarci
sopra, come solo un uccello sa fare.
Fermo restando che ci sono anche ostacoli fatti di nebbia: o si ha la
pazienza di aspettare che si diradino, o si trova il coraggio di
passarci attraverso.
Riyueren
Un Abbraccio a tutti e l'augurio di un 2010 di Luce.