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“Di parole si può anche morire: sono creature
viventi che partoriamo in gola, pronte a venire al
mondo ma lente a scomparire, forse l’unica cosa che
non conosce porte”.
Lettere, vocali e consonanti che feriscono, hanno
una speciale, misteriosa potenza. Lo sapevano bene
le filosofie antiche. Suono è forza cosmica, origine
di tutte le cose create. In Genesi si identifica con
Dio stesso: “In principio era il Verbo”.
Il suono caratterizza, contro l’inane sintesi del
non-essere.
Ulisse, dopo aver accecato il Gigante, l’oscura,
ciclopica forza bruta, non seppe resistere alla
tentazione di affermare la propria esistenza,
gridando il suo nome, cancellando col suono
l’anonimo Nessuno.
Il suono è il respiro del Brahman, l’origine della
creazione. L’Aum primordiale è un concentrato di
potenza.
Il concetto pitagorico di armonia planetaria, è
materia affascinante dal sapore universale. Lo
sapeva bene lo Shakespeare de Il mercante di
Venezia, lo sapevano i maghi e gli alchimisti che
seminarono le basi della chimica moderna. Lo sa
l’anacoreta Esichiasta che capta nel silenzio denso
vibrazioni ed energie macrocosmiche.
La parola maledice e benedice insieme, scaccia e
chiama, punisce e offre voluttuosi balsami.
L’esorcista la usa per scacciare demoni che forse si
annidano soltanto nella superstizione fanatica della
sua esclusivista religione.
La musica di Orfeo rallenta il corso dei torrenti,
strega Driadi, Ninfe e belve.
La potenza del suono regna sovrana sui racconti de
“Le parole assassine” di Maria Antonietta
Pirrigheddu. Parola è il filo conduttore che unisce
le storie e i personaggi in una sinfonia che supera
spazio, tempo, materialità e vita stessa.
Dalle pagine trasudano cori di voci, suoni di vivi e
morti in un amalgama stilistico assai ben
concertato. Cortei di sillabe felpate, quasi
sussurrate, veicolo di ossessioni, immagine-specchio
dell’insondabile subcosciente. Formule magiche
scritte su un quaderno di ricordi, in bilico tra
religione e magia.
Sette pregevoli racconti in cui vivi e morti ballano
un’eterna danza, ciascuno seguendo la propria musica
ed un ritmo diverso. Un mondo di sincretismi che
fanno da ponte tra la dimensione dell’essere e
quella del non-esser più.
Lettura scorrevole, coinvolgente. I protagonisti si
materializzano nella memoria, suggeriscono a fine
lettura l’idea che oltre all’apparenza visibile, ci
possa essere qualcos’altro, un sottocosmo da
indagare e scoprire. Un universo sotterraneo,
istintivo, lunare, mitico. Un Osiride da ricomporre,
pezzo a pezzo, una ricerca continua, appassionante.
La morte a questo punto diventa un percorso della
vita stessa, un Dio rinato che sorride.
Andate dunque a scovare in libreria il volumetto di
Maria Antonietta Pirrigheddu, artista poliedrica,
raffinata e scrittrice di gusto, di metafore su
ancestrali sentimenti umani.
Il suo stile essenziale scorre come acqua di fiume e
riprende in modo originale e creativo il rapporto
dell’uomo con i fantasmi reali o immaginari della
propria coscienza.
Un viaggio nel profondo, senza tante parole, senza
inutili patetismi. Il percorso dell’esploratore che,
con occhio disincantato e curioso, osserva e coglie
le paure dell’uomo, le afferra e le serve a chi ama
la scoperta, l’imprevisto.
Si va sicuramente oltre la superficie, attraverso
un’operazione letteraria tesa ad illuminare gli
antri oscuri del sé. L’essenza è dunque
l’inconoscibile, che è destinato, per fortuna, a
rimanere tale. In questo consiste la saggezza. Il
mistero permane. Nessuno può cancellarlo o negarlo.
Esso è stimolo che induce l’uomo alla riflessione,
col superamento delle mediocri apparenze.
Fantasmi, bilocazioni, fruscii di morti che
trasportano secoli nelle loro borse sdrucite e
visitano i vivi, sedendosi al tepore delle cucine,
bussando dentro i sogni dei dormienti, la notte,
immersi in un silenzio antico e attuale insieme.
Gli oggetti rivelano mondi, secoli di saggezza
popolare.
Le vecchie filastrocche per “scacciare le anime
moleste, per scongiurare i temporali, per recuperare
gli oggetti smarriti, per guarire dagli strappi
muscolari”, hanno una spiritualità immateriale,
collegano il mondo dei sensi e di ciò che è
immediatamente percepibile da essi, all’ultrafanico,
al metafisico, al mistero.
Piani che si intersecano, dunque, dominati dalla
parola. “Antiche, potenti, incomprensibili”, le
parole squarciano l’aria, strappano i lenzuoli,
colpiscono...
Questo significa che l’uomo non può rimanere
insensibile all’enigma di forze umbratili e sottili,
perché l’ombra e la luce viaggiano insieme, come
sorelle. E il delirio dell’ombra cela l’aspirazione
a vederci più chiaro. L’inquieto substrato di favole
e leggende, nasce con l’uomo e non per caso.
La memoria conserva, gelosa custode di tradizioni e
intramontabili miti.
L’artista solleva veli di nebbia e lungi dal
risolvere definitivamente e saccentemente pone
problemi. È come un bambino che scopre. In questo
consiste il valore dell’arte.
(10.03.10)
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