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RICCHEZZA INTELLETTUALE

Quanto più il cervello è abituato a pensare a se stesso, tanto più si spegne. Quando penso solo a me stesso eludo ogni forma di interesse che possa non solo nutrire la mia mente, ma anche imprimere nel mio cuore e nella mia anima delle emozioni che automaticamente mettono in movimento il cervello, portando al ragionamento e all'elaborazione di situazioni, dati, eventi.

Questo è un piccolo particolare che trascuriamo per interesse personale. Sebbene sventoliamo spesso buone intenzioni, prima di noi stessi non esiste niente e nessuno; e con questo atteggiamento chiudiamo tutte le porte alla vita, pur convincendoci del contrario. Così il cervello si trova inevitabilmente rinchiuso in un orizzonte strettissimo e si abitua ad essere inquadrato. La sua visuale diviene limitata, e si vive nella convinzione che gli altri condividano un'identica visuale del mondo e della vita. Quando i confronti ci dimostrano che non è così, litighiamo o lasciamo perdere e giriamo le spalle. Non perdiamo tempo ad approfondire e a valutare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, perché ci sentiamo i depositari della verità. E al contempo  lo neghiamo.

 

Non c'è differenza per coloro che si limitano a convogliare tutti i pensieri, oltre che su se stessi, anche sul proprio nucleo familiare (abitudine molto radicata): è come pensare solo alla propria persona, perché comunque la famiglia è sentita come una parte di sé.

 

E' facile convincersi che questa situazione non ci riguardi: non possiamo certo ritenerci così egocentrici! E invece è una consuetudine diffusa. Questo è il nostro usuale modo di comportarci, senza neanche rendercene conto, permanendo nella convinzione che noi "siamo diversi".

 
 

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Testi di M. Antonietta Pirrigheddu

© proprietà letteraria riservata

 
 

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