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POTERE DI VITA E
DI MORTE
L'accanimento
terapeutico |
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Ancora un articolo che scandalizzerà i benpensanti.
Probabilmente un’altra pia vecchietta scriverà un’accorata lettera di
protesta a qualche giornale, come già è successo.
E’ facile scandalizzarsi delle idee degli altri…
anche perché di solito non conosciamo affatto le nostre. Quelle che
definiamo “opinioni personali” sono spesso idee altrui che ci sono state
inoculate, magari fin da bambini, e che in realtà non abbiamo mai
davvero analizzato. Le abbiamo accettate a occhi chiusi perché
provenivano da una qualche forma di autorità: familiare, religiosa o più
semplicemente popolare (sì, perché anche il “popolo” costituisce
un’autorità, che però muta parere a seconda del vento).
Ben poche delle nostre convinzioni sono state
maturate sulla base di esperienze o di attente valutazioni: perché
pensare è faticoso, e si trova con facilità qualcuno che lo fa al nostro
posto, naturalmente con il giusto tornaconto. Riuscire ad avere dei
pensieri propri – che possono anche essere sbagliati, certo – significa
essere liberi. Avere il coraggio di non nasconderli vuol
dire impedire a chiunque di tenerci in suo potere. |
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Anche stavolta, dunque, darò scandalo cercando di
riflettere su un argomento spinoso quanto attuale. Non chiamatelo
“eutanasia”, per favore, perché mi riferisco a ben altro. C’è un nome
diverso per la nostra ostinata opposizione alla morte naturale, ed è
“accanimento terapeutico”.
Lo mascheriamo di perbenismo, sostenendo che solo
Dio detiene il potere sulla vita e sulla morte, ma in realtà facciamo di
tutto per toglierGli queste redini dalle mani. Non si tratta di
stabilire quando e se sia giusto “staccare la spina”. Il ragionamento da
fare è un altro: se un uomo è colpito da malattia irreversibile per la
quale non vi sia alcuna cura, incamminato verso una morte certa, come
possiamo permetterci di impedirgli di morire? Come pretendiamo di
ostacolare il normale ritorno a Dio nel momento in cui è stato
stabilito?
Temporeggiamo giocherellando con i tormenti altrui,
indossando gli abiti di Grandi Sacerdoti che ne sanno più di Dio. E come
ci sentiamo potenti in queste vesti, quanto ci sentiamo elevati! Siamo
quasi onnipotenti: addirittura capaci di fermare la morte!
Per quanto tempo è giusto attendere il risveglio di
un uomo in coma? Dieci anni? Venti? Forse possiamo porre la domanda in
termini diversi: per quanto tempo riusciremo a mantenerlo – si fa per
dire – in vita? Fin dove può arrivare la nostra perizia?
Certo, è più che legittimo tentare di tutto per
riportalo indietro, attendere e sperare per un tempo ragionevole. Ma
quando un uomo – o meglio la sua anima - si rifiuta di tornare, e sono
solo le nostre macchine a dargli un respiro mentre il corpo si degrada e
si accartoccia, qual è il limite tra speranza e ostinazione?
Nei rari casi in cui dopo molti anni di coma c’è
stato un risveglio, questo ha significato per il soggetto il ritrovarsi
forzatamente fuori dal mondo e dalla propria mente, nell’incapacità di
essere davvero ancora vivo.
Un essere umano in stato di coma può comunicare -
sebbene in modi impercettibili e a livello di sensazioni - con i propri
cari. La famiglia conosce la forza fisica e interiore del proprio
congiunto, e sa cosa lui desideri. Perciò, indipendentemente dal tempo
trascorso, interrompere le cure contrastando il volere del paziente o
dei suoi familiari significherebbe commettere un omicidio. Ma prolungare
le cure a oltranza infischiandosene della volontà del paziente e dei
suoi cari è un atto criminale, che non può essere giustificato da alcuna
dottrina medica o religiosa. |
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Prendiamo ad esempio la storia di Eluana Englaro.
Sedici anni in stato vegetativo permanente, mentre il povero padre
chiede ormai da nove anni di porre fine all’accanimento terapeutico. Il
monsignore che si è tanto scandalizzato della sentenza della Corte
d’Appello - che finalmente ha preso una decisione - forse non crede
nell’esistenza dell’anima. I casi sono due, infatti: o Eluana non ne
possiede una, ed è solo un ammasso di carne in attesa della
putrefazione; oppure abbiamo condannato la sua anima all’inferno per
sedici anni. Un inferno che continuerà ancora per molto tempo, se
qualche buona persona riuscirà ad impugnare la sentenza.
Ma con quale diritto teniamo un’anima prigioniera
nel peggiore dei luoghi? Chi ci ha nominato suoi giudici? Siamo forse
suoi padroni? E Dio chi è, allora?
Dio è sparito da molte coscienze, purtroppo. Siamo
noi i nuovi dèi. Noi che tuoniamo dai pulpiti delle chiese contro i
padri disperati che assistono al supplizio dei figli con le mani legate;
noi che parliamo di diritto alla vita a chi vede i propri cari morire
ogni giorno da anni. Noi che in nome di false ideologie abbiamo
dimenticato cosa sia l’essere umano. Ma con quale coraggio pronunciamo
la parola “carità”? Noi amiamo lo strazio e il tormento! Quelli altrui,
naturalmente. |
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Anche quando abbiamo a che fare con malattie
incurabili, grazie alle conoscenze mediche e tecnologiche siamo capaci
di far sopravvivere un cadavere per anni, tra le sofferenze più atroci.
Nella nostra superba moralità non ci toccano le umiliazioni e i dolori
che infliggiamo ad un essere umano che non può difendersi. Purché
respiri, lo obblighiamo ad essere un corpo che va in decomposizione prima
di essere seppellito. Lo mortifichiamo costringendolo a farsi accudire
in tutto e per tutto, violando la sua intimità fisica e psicologica.
Alimentato forzatamente con liquidi artificiali, privato di quanto Madre
Natura mette a disposizione dei vivi – il pane e l’acqua -,
impossibilitato a muoversi e a parlare e allo stesso tempo preda di
ogni tipo di spasmi, al punto da supplicare di essere ucciso, visto che
la morte naturale gli viene negata. Verme, non uomo, senza più voce né
dignità. Costretto dalla nostra bontà spietata a causare pene
inenarrabili a coloro che più ama.
Abbiamo mai provato a stare accanto ad un nostro
familiare in queste condizioni? Quando la morte sottratta passa da un
corpo all’altro, da una psiche all’altra? Che diritto ha un medico, o un
magistrato, o un rappresentante religioso, di condannare non soltanto un
malato (la cui unica colpa è quella di aver esaurito la propria vita),
ma anche le persone a lui care, altrettanto innocenti?
Ecco, è allora che tratteniamo nelle nostre mani il
potere di vita e di morte, strappandolo a Dio. Così generiamo degli
zombie, e di fatto impediamo ad un’anima di compiere il suo cammino. In
nome di un distorto concetto di sacralità della vita, dimentichiamo la
misericordia e commettiamo i peggiori soprusi.
Forse è ora che cominciamo a riflettere sulla
sacralità della morte.
Maria
Antonietta Pirrigheddu
30.06.08
Vedi anche:
Il
mio testamento biologico e morale
Quando Dio ordina
di uccidere
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