Spesso
il significato della parola "spiritualità" viene frainteso.
Con
questo termine si intende di solito qualcosa collegato alla religione,
all'ascetismo e a concetti del genere. Si dice "io sono una persona spirituale" per
indicare che ci si sente vicini alla Chiesa, o al cristianesimo, o a Dio.
Ma
l'essere una persona spirituale ha ben altro significato. La spiritualità
altro non è che la capacità di volgere la propria coscienza ad individuare
il bene comune e l'amore, inteso in tutti i sensi; di cercare l'essenza
delle cose senza fermarsi alle apparenze, senza lasciarsi traviare dalle
convenzioni o dai pregiudizi. Vera spiritualità è la purezza dell'animo, del
cuore, della mente. La ricerca
interiore, che costituisce una vera sfida per l'essere umano, è un suo elemento
fondamentale.
Ma la base della spiritualità sta nella capacità di
vivere intensamente. Se non si sa apprezzare la vita, se non si sa godere
delle cose buone e belle dell'esistenza, non può esservi vera spiritualità.
Perché più si è contenti e propensi a meravigliarsi e a gioire di quanto ci
circonda, più si diviene capaci di trasmettere il bene e il bello che si ha
dentro di sé e di invogliare il prossimo a fare altrettanto. Se non si è in
grado di apprezzare il Creato e godere delle sue attrattive, non si può
arrivare al Creatore.
Perciò la spiritualità intesa nel senso comune del
termine è una sua deformazione aberrante, un qualcosa che allontana
da Dio anziché avvicinare a Lui. Proprio in nome della spiritualità,
infatti, spesso ci viene imposto di rinunciare ai piaceri della vita, o
almeno a buona parte di essi. Eppure è insensato credere che Dio ci abbia
posto sulla terra perché ci priviamo volontariamente di ciò che ha messo a
nostra disposizione. Un Dio buono non può volere il sacrificio dell'uomo, ma
piuttosto che sia felice e sappia gustare ciò che gli ha dato, così da poter
capire l'importanza della propria esistenza. Come si può pensare di
avvicinarsi a Dio disprezzando i suoi doni, disprezzando la vita?
Una nostra cattiva abitudine è quella di tentare di
richiamare l'attenzione di Dio rinunciando a ciò che siamo e alle
prerogative del mondo della materia. Ma Dio non ha bisogno delle nostre
rinunce. Cosa mai ci guadagnerebbe? E' vero che a volte sono inevitabili, ma
le rinunce volontarie spesso sono solo un alibi per evitare di
diventare ciò che siamo chiamati ad essere, per sottrarci al completamento
di noi stessi.
Allo stesso modo, proiettarsi troppo nella speranza di
una vita futura significa non essere capaci di vivere appieno quella
attuale. E questo è un torto che si fa a Dio e a se stessi. Se non siamo in
grado di riconoscere e vivere nel presente la gioia e il piacere, e
soprattutto se siamo convinti che la sofferenza ci apra le porte del
Paradiso o addirittura che costituisca una via privilegiata per arrivarci,
come riusciremo a godere di qualcosa dopo la morte? Se la nostra capacità di
provare piacere è atrofizzata, le cose non cambieranno quando arriveremo
all'altro mondo! L'attitudine a rallegrarsi delle cose è come un bambino che
deve crescere e apprendere. Se lo teniamo al buio e gli impediamo di
assaporare le meraviglie dell'esistenza, anche quelle più comuni, non
crescerà in modo sano; e quando oltrepasserà la soglia di casa continuerà ad
essere un bambino non formato.
Perciò la vita terrena non può essere considerata una
fase di transito. E' solo una tappa dell'evoluzione umana, è vero, ma non è
meno importante delle altre tappe. Anzi, è un'occasione unica di sentire
e conoscere ciò che non si potrà mai sperimentare in altri mondi.
Ritenere che questa vita sia solo una preparazione ad
un successivo stato di esistenza diventa, in molte circostanze, una
giustificazione all'incapacità di vivere.