«Non è facile capire
come stiamo vivendo queste ore per chi non conosce il terremoto. Durante la
scossa forte della notte di ieri stavo solo aspettando che mi cascasse tutta
la casa addosso, perché il letto oscillava talmente da farmi sembrare che un
gigante mi stesse cullando in un'enorme carrozzina. Il rumore era un fischio
sordo di sottofondo su cui si sentiva quello di oggetti che si muovevano,
cadevano, le pareti non so come abbiano fatto a non spezzarsi. Il telefono
non prendeva e non sapevo come stesse mia madre, né come fare a
rassicurare mia figlia (che vive a Roma) che stavo bene, almeno fino a quel
momento. A Sulmona, dove vivo, ci sono stati pochi danni per ora. Finora...
Si ha
una sensazione continua di precarietà e il terrore che arrivi un'altra
scossa forte. La testa gira, qualsiasi vibrazione e rumore un po' forte ti
mette in allarme, le continue scosse "di assestamento" che ti fanno tremare
il tavolo o la terra su cui cammini ti ricordano che ora ci sei e tra poco
non è detto... Ieri sera mi sono messa a letto, perché per ora un letto e
una casa ce l'ho ancora, con la stanchezza accumulata nelle ultime 20 ore e
il saluto a mia madre e i miei fratelli: "Se Dio vuole ci vediamo domani"...
E Dio
ha voluto. Per ora.
Un abbraccio e, se non
dovessimo sentirci più, sai che ti ho voluto bene.»
Parole possibili non ce ne sono. Pensieri, invece,
tanti.
Noi che guardiamo dall'esterno ci soffermiamo un attimo
su queste immagini che potrebbero darci grandi insegnamenti, ma dopo poco ce
ne dimentichiamo e continuiamo a vivere come se niente fosse, senza imparare
nulla. Noi che ci danniamo l'anima dietro i vestiti di marca, le piccole invidie, la smania di apparire migliori di quel che
siamo, le guerriglie quotidiane. Aspettiamo sempre le tragedie per
capire cosa conti veramente. Riusciamo a comprendere la vita solo
quando ci succedono delle cose terribili.
Un'altra lettera:
«Ho sentito alcune interviste
e mi ha colpito un uomo che
diceva: "Aiutateci! Non abbiamo più niente."
Non è facile chiedere aiuto
nella vita quotidiana, ce la vogliamo fare da soli. Ma il terremoto ci
ricorda che l'orgoglio vale poco e l'aiuto degli altri è determinante. Ieri sera mio marito ha portato un bilico
pieno d'acqua allo stadio dell'Aquila ed è stato assalito dalla gente che
non beveva dalla sera precedente, assetati, in pigiama e con sguardi
assenti, come dei fantasmi. Stasera porterò dei vestiti ad un centro di
raccolta, perché quasi tutti sono scappati solo con i panni che
avevano addosso. La casa, i soldi, i vestiti firmati e i gioielli restano
sotterrati e le persone si portano quello che sono, o lasciano il ricordo e
il valore di quello che sono state.»
Anche quelli tra noi che si sentono più ricchi in
realtà non hanno mai niente di definitivo: perché - come qualcuno constata
in circostanze come queste - quel che possediamo oggi potremmo perderlo
domani, per un terremoto o mille altri motivi.
Sono altre le cose che ci rendono ricchi veramente:
quelle che abbiamo dentro. Solo le ricchezze interiori, che a volte sono
inestimabili, non possono esserci tolte. Le portiamo con noi anche dopo la
morte. E non solo nei momenti drammatici dovremmo tirarle fuori e metterle a
disposizione, costruendo case per i cuori e ponti tra le anime. Costruzioni
che di solito, nei giorni "normali", non abbiamo tempo di erigere, perché
troppo impegnati nelle nostre normali piccolezze.