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Al carcere di Nuchis musica e poesia

Rassegna stampa

Giovedi 28 novembre 2013

Versi raccolti dalla poetessa Paola Scano nel carcere di Nuchis

Tu chiamale se vuoi... evasioni
Un libro di poesie dei detenuti
  
   E chiamale se vuoi... evasioni è il titolo del libro scritto dai detenuti della casa di reclusione "P. Pittalis" di Nuchis, curato dalla poetessa tempiese Paola Scano e pubblicato a Tempio dall'associazione Amici di Monica.
   Realizzato grazie all'aiuto dell'Unione dei comuni "Alta Gallura" e del Comune di Trinità, è stato presentato nei giorni scorsi nella chiesa del carcere, dalla curatrice e dal direttore del carcere Carla Ciavarella. Il libro ha suscitato una speranza per un clima nuovo, che riduca la distanza tra il "popolo di fuori" e "quello di dentro".
   La lettura delle poesie, da parte degli autori e dell'attrice Maria Antonietta Pirrigheddu, il canto a chitarra di Vincenzo Murino ha steso su tutti una coltre di silenzio, diventato brusio di compiacimento alle prime canzoni in siciliano, napoletano e diventato scroscio di applausi quando Murino ha cantato "O sole mio". È gente del sud il "popolo di dentro". Il rimpianto per la libertà perduta e l'autocondanna per gli errori commessi si sono trasformate nella nostalgia per la casa abbandonata.
   «Noi vogliamo realizzare un percorso di collegamento tra il carcere e il territorio - ha detto il direttore Carla Ciavarella - ci piacerebbe che la cultura sarda facesse parte del nostro impegno: attraverso canzoni, poesie, cultura. Vorremmo un'osmosi tra dentro e fuori. Non abbiamo detenuti sardi ma il clima era comunque bello, sereno, di fratellanza. Per loro è fondamentale. Vogliono essere considerati uomini normali. L'importante è che queste persone, che hanno commesso gravi reati, possano ricuperare la loro identità, espiando la loro colpa.»
   Il libro si apre con due versi di un detenuto del carcere di Turi: «Tutti i semi sono falliti fuorché uno / che forse era un fiore e non un'erbaccia». E si chiude con questi altri due di Carmelo Guidotto: «Dove finisce la ragione / lì inizia il carcere».
(Franco Fresi)
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