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L'Uno e l'uno

Universi
L'Uno e l'uno
«Tutto è uno»: una frase che viene ripetuta con leggerezza, quasi fosse un’evidenza.
Eppure non coincide affatto con ciò che sentiamo. L’esperienza quotidiana parla di distanza, di individualità, spesso di solitudine.
Come conciliare l'idea di unità con la percezione così netta di essere separati?
E soprattutto, questa separazione è davvero una condanna?

Lo struggimento e la distanza

C’è una forma di bellezza che mi fa quasi male. È lo struggimento che sento quando guardo il mare o il cielo notturno... La profonda nostalgia che mi coglie quando osservo le nuvole o l’intreccio dei rami di una quercia...
È possibile che questo sentimento sia dovuto all’aver dimenticato come comunicare con loro, al non riuscire più a sentire il linguaggio dell’universo?
In fondo all’animo sono sicuro che avrebbe molte cose da dirmi.

Viviamo su uno stesso piano di realtà, io e gli altri elementi del Creato. Eppure siamo quasi estranei. Forse loro capiscono me, ma io non li comprendo. Non sono in grado di cogliere i fili di energia che li legano, e che avvolgono anche me. Sarà pur vero che siamo tutti collegati, come dicono, ma io non lo sento.
Io sono separato da tutto il resto. E mi sento solo.

"Tutto è uno" e il sentirsi separati

Ormai è quasi una moda: ogni occasione è buona per affermare, con un filo di saccenza, che “tutto è uno”. Negli ambienti spirituali come si deve, insegnanti e persone evolute lo sottolineano a ogni piè sospinto. E noi, che tanto evoluti non siamo, ci vediamo piccini e incapaci di sentire ciò che per altri sembra una cosa scontata.

Il fatto è che questa espressione stride fortemente con l’esperienza. E questo continuo porre l’accento sull’unità viene avvertito, talvolta, come biasimo nei confronti del nostro innegabile sentimento di individualità.
Ma davvero sarebbe utile superare la coscienza di sé in quanto individui? Oppure è una pretesa inattuabile?

L'individualità e il senso dell'essere

Se ci pensiamo bene, è proprio l’individualità a dare senso all’esistenza. È l’ego a mantenere la percezione di sé che caratterizza ciascuno. E anche per questo viene demonizzato. Evidentemente non abbiamo ancora capito granché dell’essere umano, dato che senza l’ego, senza questo custode di unicità, la nostra permanenza qui non sarebbe possibile.

Ma c’è un paradosso: proprio l’accettare il concetto di unità - e di ciò che comporta - è essenziale per rendersi conto che la distinzione di ogni individuo è l’elemento fondante dell’esperienza umana.

L'origine della molteplicità

Perché “tutto è uno”? Soltanto perché i campi energetici di ogni cosa sono strettamente interconnessi, come anche la scienza più avanzata conferma? Sarà pur vero, ma qual è il motivo di questo stato di cose?
Unità tra divino e umanoTutto è uno perché una è la Sostanza di cui siamo fatti. Una è la Sorgente. Quella Sorgente che, prima del tempo e dello spazio, in un punto a cui la nostra immaginazione non può risalire, decise di suddividersi in miriadi di individualità distinte per sperimentarsi e sperimentare. E ciascuna individualità è preziosa perché rappresenta una prospettiva diversa, un modo particolare attraverso cui la Sostanza iniziale si guarda attorno, facendo esperienza dell’Universo-Uno.

Ecco perché possiamo parlare di unità. Ma se non si afferra l’origine della molteplicità, l’espressione “tutto è uno” perde ogni significato e diventa banale.
È come un respiro, un ritmo profondo che percorre l’essere. Per un attimo apriamo gli occhi su ciò che tutto congiunge, e poi torniamo a guardare la nostra natura terrena. D’altronde tutto respira, anche le galassie. Lo stesso universo vive tra contrazione ed espansione. E se davvero ne siamo parte, se davvero siamo un pezzettino di stella esplosa, ci muoviamo allo stesso modo.

La nostalgia dell'unità

Il concetto di unità rende l’esperienza umana molto più profonda e appagante, perché aiuta a vedere tutto sotto una luce diversa. Soprattutto rende naturale provare un sentimento di amicizia e di rispetto verso ogni altra forma di esistenza. Comprese le creature in apparenza inerti, che finalmente possono essere considerate nella loro vera essenza.

Perciò è comprensibile il sentimento di nostalgia ardente che ci sommerge di fronte a un paesaggio, o a una piccola creatura che rivela la sua perfezione. È il rimpianto di quando eravamo in piena unità, qualcosa che oltrepassa ogni concetto razionale. È, forse, nostalgia di Dio.

Comunicare oltre le parole

Possiamo rispondere a questo sentimento potente solo accettando di entrare in comunicazione spirituale.
Per l’essere umano è difficile comunicare anche con chi parla la sua stessa lingua. Spesso i nostri scambi sono effimeri, perché non permettiamo a niente di scalfirci. Le nostre coppe interiori sono troppo piene per poter accogliere altre gocce. L’idea che si possa avere uno scambio con altri elementi della creazione ci è estranea. Sorridiamo di chi sostiene di parlare con le piante o con gli animali; ancor più bizzarro ci appare chi ha la pretesa di farlo con le stelle o con le pietre.

Ma “parlare” è solo il livello più superficiale. Comunicare spiritualmente richiede altro. È la ricerca di un punto di contatto a livello di anima, di energia, di spirito. Un contatto che tocca e trasforma.

Il ritorno alla separazione

La comunicazione spirituale conduce oltre il piano quotidiano dell’esistenza. Passa attraverso il sentire e soprattutto l’accogliere. È una forma di conoscenza diversa, dove incontriamo elementi della vita di cui di solito non sospettiamo nulla.
Ci lascia interdetti, ricolmi. Poi il contatto si chiude e torniamo a noi stessi, come è giusto che sia.

Perché l’esistenza terrena si basa sulla separazione. O meglio, sulla consapevolezza di essere, letteralmente, individui: entità singole e indivisibili in sé ma distinte da tutto il resto. Se così non fosse, se già vivessimo in piena unità, non potremmo portare avanti l’esperienza umana né stabilire alcuna forma di comunicazione, perché sarebbe superflua.

Ricordiamocele queste cose, quando ci imbattiamo nella solita frase che ci fa sentire lontani da Dio e inadeguati. Tutto è uno, lo sappiamo, e in circostanze particolari potremo forse averne coscienza piena per qualche istante. Ma finché abitiamo la Terra dobbiamo fare l’esperienza dell’individualità. È questo il nostro compito. E non è dei più facili.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Pubblicato il: 20 giugno 2015
Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2026

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