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I binari paralleli della politica

Universi
I BINARI PARALLELI DELLA POLITICA

Il vero senso della politica si è perso perché abbiamo dimenticato l’importanza di amministrare anzitutto la nostra città interiore, il nostro Stato principale.
Ma come mai ci disinteressiamo della nostra “polis”?
Forse è più semplice lasciare che se ne curi qualcun altro. È meno faticoso: almeno in apparenza richiede minor impegno.

La politica non è più "onorevole"

«Fai ciò che dico, non ciò che faccio».
È la frase preferita di molti predicatori. Fino a qualche tempo fa si pronunciava apertamente, senza temere contestazioni; oggi invece si preferisce lasciare il concetto sottinteso. E se prima si ascoltava solo dai pulpiti, ora definisce il modo di agire di chi si muove soprattutto in politica: si pretende di indicare e di imporre agli altri regole e comportamenti, ma ci si guarda bene dall’applicare i medesimi consigli.
E così si buttano alle ortiche credibilità e coerenza. Tanto il popolo non ci fa più caso.

Due figure surreali dialogano, simbolo del confronto tra individuo e società
Nessuna sorpresa, quindi, se la nostra epoca è caratterizzata da un senso di rifiuto per la politica. Eppure in passato veniva considerata una delle attività più onorevoli e degne di rispetto.
Come mai abbiamo permesso che si corrodesse fino a questo punto? Come siamo arrivati a questo tacito accordo con i nostri amministratori, autorizzandoli a confondere il servizio con il privilegio, la volontà di fare con il potere di distruggere?

La politica è l’arte di governare la polis, cioè la città o lo Stato.
La parola “stato” può assumere diversi significati. Designa infatti sia un’entità giuridica sia la condizione in cui si è, il modo in cui ci si sente: il proprio stato, appunto. È proprio indagando questa doppia valenza che troviamo risposta alle domande precedenti.
Partiamo da lontano.

Ciascun uomo è un regno

Lette in chiave allegorica, le innumerevoli battaglie raccontate dall’Antico Testamento sono la descrizione delle lotte che, quotidianamente, avvengono dentro l’uomo.
I vari popoli citati, che si massacrano a vicenda per allargare o difendere i confini dei propri territori, sono i nostri difetti e miserie che scalpitano per farsi spazio e tiranneggiarci.
In questo senso gli antichi testi sacri più che di storia parlano di psicologia. Non descrivono le guerre fratricide che devastavano il Medio Oriente qualche migliaio di anni fa, ma si dispiegano oggi dentro la psiche umana.
Senza nulla togliere ad altri modi di intendere la Bibbia, è un’interpretazione che ci fa attraversare un ponte simbolico.

Il vero senso della politica si è perso perché abbiamo dimenticato l’importanza di amministrare anzitutto la nostra città interiore, il nostro Stato principale, il luogo primo della nostra esistenza.
È là dentro, molto più che altrove, che si ha bisogno di un buon governo. Un governo che faccia attenzione alle esigenze di ogni singolo abitante, cioè di ogni cellula, di ogni pulsione, di ogni componente.
Il regno personale è composto da una moltitudine di sudditi, ciascuno con le sue peculiarità. Se lasciati a se stessi, senza guida e senza cura, precipitare nel caos è un attimo. Nemmeno si può pensare di affidare il controllo di questo regno a qualcun altro, perché chi mette la propria vita in mani estranee perde se stesso.

Quando lasciamo che altri scelgano per noi

Eppure è ciò che siamo tentati di fare continuamente, senza nemmeno accorgercene.
Accade quando consentiamo che siano altri a pensare al nostro posto, a scegliere per noi, a decretare il nostro futuro.
Accade quando permettiamo a un familiare di decidere per il nostro bene, quando ci facciamo condizionare dalla programmazione sociale, quando lasciamo che la cultura o le mode vigenti stabiliscano addirittura cosa dobbiamo desiderare.

Come mai ci disinteressiamo della nostra polis?
Forse è più semplice lasciare che se ne curi qualcun altro. È meno faticoso: almeno in apparenza richiede minor impegno. A volte quanto avviene all’esterno ci affanna e ci distrae al punto che non siamo più capaci di ascoltare quel che si muove dentro di noi. Quando poi la nostra “popolazione” grida così forte da non poter più essere ignorata, ci mettiamo nelle mani di un medico e speriamo.
Per quanto riguarda le vicende del luogo che abitiamo, invece, basta affidarsi al leader del momento e il gioco è fatto: si occuperà di tutto lui. Noi siamo troppo presi dalle piccolezze quotidiane per avere il tempo e la voglia di guardare fuori dalla finestra – e dentro casa nostra.

L'inquinamento parte dalla nostra testa

Ma, inevitabilmente, l’atteggiamento con cui ci curiamo della nostra personale polis si riflette all’esterno.
Il mondo che creiamo fuori, l’ambiente in cui ci ritroviamo e che contribuiamo a plasmare, non è altro che il riverbero del nostro mondo psichico. Il pianeta Terra è inquinato quanto lo sono i pensieri che partoriamo. Le acque che vi scorrono sono spesso torbide quanto i nostri sentimenti. L’aria è poco trasparente quanto le nostre emozioni.

La maggior parte di noi è dell’opinione che per vivere bene sia sufficiente coltivare il proprio orticello. Non sa che questa convinzione nasconde un’insidia: il proprio orticello non esiste.
La verità è che l’orto è di tutti, e i confini sono un’illusione. Ce lo insegnano bene le cellule del corpo che, se si ammalano, disturbano l’intero organismo. Allora altre cellule corrono a dare il loro apporto per cercare di risanare la parte in difficoltà, sapendo che se ci riusciranno staranno meglio anch’esse.

Amore di pace o quieto vivere?

A volte l’egoismo si traveste e prende le sembianze di un ideale, come l’amor di pace. Ma in questo caso si dovrebbe parlare piuttosto di quieto vivere. E il quieto vivere non ha nulla a che vedere con la pace vera.
Non vi è pace senza giustizia sociale, e non c’è serenità personale se manca l’interesse verso il prossimo.

C’è di più: l’indifferenza alle sorti altrui determinerà inevitabilmente la chiusura anche nei propri confronti. Se il bene è uno, perdendo di vista quello collettivo si diventa man mano incapaci di realizzare anche il proprio.
Come se le due cose scorressero su binari paralleli, l’occuparsi delle proprie esigenze (quelle reali, non indotte) va di pari passo con l’attenzione al benessere comune.

Funziona anche al contrario: il trascurare sistematicamente le proprie necessità per provvedere solo a quelle di qualcun altro si rivelerà, alla fine, deleterio per entrambi. Non si può essere ingiusti verso se stessi e pensare di applicare la giustizia con gli altri.

Riconoscere il valore

Quando scopriamo ciò di cui noi per primi abbiamo bisogno, vediamo anche il prossimo con occhi diversi. E possiamo piantare negli altri lo stesso seme, la medesima urgenza di gestire al meglio la città interiore e contribuire alla salute di quella esteriore.
Quando questo seme comincerà a germogliare, più nessuno potrà permettersi di dire «Fai ciò che dico, non ciò che faccio».
È allora che la politica somiglierà a ciò che si intendeva nell’antica Grecia, per la quale le leggi della città dovevano riflettere necessariamente le Leggi universali.

Prendersi cura della polis significa sostenere la realizzazione dell’individuo: è questo l’unico modo per far evolvere armonicamente una società. Significa riconoscere a ogni persona il suo valore e, prima ancora, metterla in condizione di dimostrarlo.
È quanto di più importante si possa offrire all’essere umano.
Chi si sente apprezzato tende a dare il meglio, e a ricreare a sua volta un ambiente favorevole alla crescita. È così che si propagano la pace e la giustizia.
Questo è davvero “fare politica”.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Data pubblicazione: 29 settembre 2019
Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2026

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