Uriel, l'angelo della fioritura - Lunadivetro

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URIEL, L'ANGELO DELLA FIORITURA
Esseri che sfuggono ai nostri sensi
  Scrivere degli angeli, e di un angelo in particolare, può sembrare pretenzioso. Chi mai potrà comprendere un essere tanto diverso da noi, di cui si dubita perfino dell’esistenza? Che si potrà mai dire di qualcosa che sfugge totalmente ai nostri sensi? talismano angelo Uriel - Lunadivetro
  Eppure se fin dall’antichità più remota si nominano gli angeli, e addirittura se ne descrivono funzioni e caratteristiche, qualche motivo c’è. E se all’uomo di oggi è impedito, se non in casi eccezionali, di entrare in contatto con loro in modo sensibile, forse non è sempre stato così. Anzi, tutto ci fa pensare che gli uomini di un tempo fossero in grado molto più di noi di percepire e interagire con le creature di altri piani. Creature più o meno evolute che si muovono in universi paralleli, fatti di materia meno densa, dove talvolta riusciamo a penetrare.
  Dunque sarà proprio rivolgendoci alle tradizioni antiche che potremo capire qualcosa di coloro che abitano i Mondi dell’Oltre, cercando prima di sbarazzarci delle aggiunte posticce prodotte dall’immaginazione e dalle opinioni personali.
Quando si veneravano 7 arcangeli
  La cultura religiosa occidentale non ci viene in soccorso in questa impresa, perché solo tre sono gli angeli che permette di nominare: Michele, Gabriele, Raffaele. Tutti gli altri nomi sono stati relegati, da qualche secolo, nel limbo della dimenticanza. Ma nei tempi passati era diverso. Fino all’anno 745, ad esempio, si veneravano sette arcangeli. Le loro immagini erano visibili in molte chiese e i loro nomi scolpiti negli altari. Ma un bel giorno papa Zaccaria si alzò col piede sbagliato e, nell’intento di impedire riti di cui poco capiva, e nei quali temeva ci fosse lo zampino del demonio, decise che da quel momento in poi non si sarebbe più potuto pronunciare alcun nome angelico, se non i tre menzionati nella Bibbia. La proibizione fu confermata dal Concilio di Aquisgrana nel 798, nonostante si faccia cenno a sette arcangeli sia nel Nuovo che nell’Antico Testamento.  
  Nello stesso modo Madre Chiesa ha messo fuorilegge altre importanti tradizioni e insegnamenti tramandati dall’antichità, etichettandoli come eretici e costringendo i fedeli a rivolgersi altrove per colmare i vuoti lasciati.
  Il tentativo di papa Zaccaria, però, era destinato a fallire: il popolo seguitava a invocare i propri angeli, che considerava intermediari più potenti – e soprattutto più disinteressati – dei sacerdoti. I sette nomi continuarono ad essere ricordati, seppur di nascosto, finché non tornarono ufficialmente alla luce qualche secolo dopo, insieme a diversi affreschi che li ritraggono. Tra essi vi è quello dell’arcangelo Uriel.
Nome Uriel in ebraico
Uriel, la roccia della Vergine
  Il nome deriva dall’ebraico 'Uriy'el. La radice Ur indica il fuoco, mentre la terminazione El, come sempre, sta per “Dio”. Perciò la traduzione letterale è  “Luce di Dio”, oppure “Dio è la mia luce”. Anche nella lingua degli egizi U-Ra-El ha lo stesso significato, poiché U indica lo spazio e Ra è il sole. Quindi: Spazio-Sole-Dio. La luce di Dio che si spande nello spazio. O anche: “La folgore di Dio”.
    Eppure l’Arcangelo che presiede all’elemento Fuoco è Michele, così come a Gabriele appartiene l’elemento Acqua e a Raffaele l’elemento Aria. Uriel, invece, governa l’elemento Terra. È lui, infatti, a sostenere le realizzazioni nella materia.
    Lo sapeva bene Leonardo, che lo raffigurò nel suo suggestivo dipinto “La Vergine delle rocce”. Uriel è la roccia della vergine, la terra con cui plasmiamo le nostre opere. Che saranno buone opere se verranno realizzate avvalendosi anche dell’acqua di Gabriele, dell’aria di Raffaele, del fuoco di Michele. Le nostre azioni concrete (terra) daranno buon frutto se accompagnate da sentimenti elevati (acqua), da pensieri costruttivi (aria), dall’intenzione di esprimere la parte più alta di noi (fuoco).
Il custode del futuro
  La Ur di Uriel è ciò che alimenta la volontà umana, senza la quale nessuna evoluzione è possibile; senza la quale ogni intento, ogni sogno, ogni desiderio resta fine a se stesso e non prende forma. Ecco perché Uriel è chiamato “custode del futuro”. Il futuro, in buona parte, ce lo costruiamo noi. La buona riuscita o meno dei nostri sforzi è altro discorso, ma ogni realizzazione passa attraverso la volontà di imporsi, la capacità di esprimersi, la voglia di creare. Uriel stimola a fare, a progettare, ad attuare, fornendo abbondanza di energie e ispirando idee trasformatrici.
  Viene raffigurato con in mano un libro o un rotolo di papiro: sono i simboli della sua saggezza, che guida l’evoluzione.  
  La saggezza viene dalla terra: è la natura che mostra e insegna cosa realmente significhi costruire, generare e rigenerarsi. L’uomo che sa osservare apprende e comprende. Comprende che tutto è creare, ricevere, dare; che la conoscenza ha senso solo se conduce alla saggezza; e che quest’ultima consiste semplicemente nella capacità di creare cose belle, ricevere cose benefiche, offrire cose utili. Questo significa essere seme buono.
  La luce del nome di Uriel rappresenta la potenza divina, che si manifesta nell’uomo come chiarezza della coscienza e calore del cuore: i due elementi che, attraverso realizzazioni materiali e spirituali, spingono l’evoluzione. In questo senso la Terra feconda il Cielo. Non è un caso se per gli antichi egizi la terra era maschile e il cielo era femminile.
La consapevolezza del limite
  Secondo la tradizione Uriel sta a guardia di uno dei cancelli dell’Eden, impugnando una spada fiammeggiante. Cosa rappresenta questa immagine?
  Letteralmente Giardino dell’Eden significa “il recinto che racchiude la dimensione del tempo presente”. Diversamente da quanto si pensa, quindi, si riferisce a quell’arco di tempo che trascorriamo qui, sulla terra. Una terra che abbiamo avuto in dono come luogo di bellezza e abbondanza e che abbiamo reso invivibile, determinando così la nostra cacciata dall’Eden. O meglio, ci viviamo ancora dentro, ma non siamo più in grado di riconoscerlo: sia perché l’abbiamo deturpato, sia perché cerchiamo altrove il senso e la sacralità delle cose.
  Ovviamente questa non è l’unica spiegazione del mito dell’Eden; ma approfondire questi concetti, e applicarli a livello singolo e globale, ci farebbe fare un gran passo avanti.
  Che cos’è dunque la spada brandita dall’angelo che custodisce il Giardino? Non è altro che la nostra capacità di giudizio. È un ammonimento a non andare oltre ciò che ci compete, ma anche a non depredare quel che non ci appartiene, a non reclamare quel che non possiamo avere. L’Eden è un luogo in cui si deve avere la consapevolezza del limite, e non solo in senso materiale.
  Quanto ai limiti in se stessi, il discorso si capovolge: è proprio nel cercare di superarli che si può migliorare. A volte i limiti che ci appaiono più insignificanti sono quelli che ci insegnano a vivere. Ma migliorarsi non vuol dire diventare ciò che non si è: con questa pretesa ci si rovina la vita. Una mela non potrà mai diventare una noce di cocco, per quanto possa sforzarsi. Ogni seme può produrre solo il frutto o il fiore che è destinato ad essere, nient'altro.
Il perfetto equilibrio del seme
  A ben pensarci, il seme si regge su un perfetto equilibrio: da una parte accetta nel modo più assoluto i limiti di ciò che è – altrimenti non riuscirebbe nemmeno a germogliare; dall’altra spacca la frontiera della propria buccia ed erompe all’esterno, diventando molto più di quanto si potrebbe sospettare. Così è l’uomo. Se giunge a conoscere la forza prorompente celata al suo interno, i suoi apparenti confini esplodono; ma se pretende di divenire ciò che in realtà non è, rinsecchisce e resta sterile.
  L’essere umano non riesce più ad entrare nel Giardino dell’Eden perché non è capace di riconoscere la propria divinità interiore: essa è troppo grande per i limiti della sua mente e del suo ego. Ma se la paura di essere troppo grandi presuppone la consapevolezza di essere comunque qualcosa, la paura di essere troppo piccoli porta al desiderio di essere grandi, ed è proprio qui che ci traviamo.
  L’uomo porta in se stesso la spada. I due fili di lama raffigurano la doppiezza del suo modo di vedersi, che oscilla tra la paura del nulla e la paura del troppo. Una doppiezza che si riflette nell’ambiguità dell’atteggiamento e delle azioni. Così, intimorito dalla spada impugnata dall’angelo dentro di sé, impedisce a se stesso di coltivare il proprio Eden. Accecato dalla spada fiammeggiante dell’angelo al di fuori di sé, non è più in grado nemmeno di entrarci.
L’arcangelo della terra e della concretezza
  Uriel è il protettore particolare di tutta la terra e di ogni sua creatura. È portatore dell’energia vitale che informa il nostro pianeta, grazie alla quale ogni seme germoglia e produce; allo stesso modo sorveglia il seme delle azioni umane. Ogni gesto, ogni parola, ogni progetto, ogni modo di essere e di pensare si comporta esattamente come un seme, e prima o poi darà frutto – o produrrà spine. Ecco perché Uriel viene definito “l’angelo del karma”.
  Non è vero però che governi le forze che presiedono ai cambiamenti planetari, come talvolta si dice: questo non è suo compito. I cambiamenti verso cui spinge sono quelli che avvengono nella coscienza e nella mentalità dell’uomo, nel quale depone il germe di una consapevolezza più elevata. Né si occupa di chiaroveggenza e profezia. Quanto al diffondere la conoscenza di Dio, altra cosa che gli viene attribuita, non è una sua funzione specifica: tutti i grandi angeli e una miriade di altri esseri ci guidano verso la comprensione delle cose più alte.
  Uriel rappresenta piuttosto la coscienza globale della terra, alla quale stiamo cominciando ad aprirci. Una coscienza inclusiva, di strette relazioni e correlazioni, che ora vediamo come un’utopia ma che deve diventare vita vissuta. Ecco perché il suo ruolo è fondamentale in quest’epoca di veloci mutamenti, nella quale l’uomo oscilla tra l’autodistruzione e la trasmutazione in qualcosa di più luminoso.
  Chi scopre di essere più grande di quanto pensasse e capisce di avere più di quanto immaginasse, non può tenere tutto per sé: ha l’esigenza di manifestarlo. Uriel, l’arcangelo della terra e della concretezza, favorisce la condivisione, l’espansione e l’armonia. Incoraggiando l’essere umano a fiorire, lo aiuta a portare alla luce i tesori sepolti nelle terre interiori, così che possa dare il suo contributo all’evoluzione del pianeta.
Maria Antonietta Pirrigheddu
12.07.13

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