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Vanità o coraggio?

Universi
VANITÀ O CORAGGIO?

Che cos’è davvero la vanità? E perché ci dà tanto fastidio?
Il desiderio di emergere e di farsi apprezzare sembrerebbe quasi un difetto da estirpare, mentre la modestia è considerata una virtù. Eppure il bisogno di approvazione e di riconoscimento è un istinto naturale, una caratteristica innata nell’essere umano.

Perché la vanità ci dà tanto fastidio?

Sottile serpeggia la maldicenza… È un abito mentale, uno stile di vita, qualcosa che viene considerato normale: lo fanno tutti!
Si bisbiglia o si proclama, aggiungendo, demolendo, sottintendendo. Di tutto, di tutti.
I bersagli privilegiati, naturalmente, sono le persone più in vista. Quelle di cui pensiamo che abbiano troppo – ovvero qualcosa in più di noi; che emergano troppo – e senza merito; che si mostrino troppo – mentre noi restiamo nell’ombra. “Vanitoso” è il primo aggettivo che affibbiamo a costoro, e si sa che la vanità porta con sé uno strascico di altri difetti.
Ma ci siamo mai chiesti cosa sia realmente quella che definiamo vanità, e soprattutto perché ci dia tanto fastidio?

Per il pensiero comune, il desiderio di emergere e di farsi apprezzare è quasi un difetto da estirpare. Se da un lato la nostra società incoraggia a desiderare le luci della ribalta (e magari a passare sopra a chiunque pur di raggiungerle), dall’altro una pressione opposta invita gli individui a sminuirsi, a restare nell’ombra, a non mirare troppo in alto. Chi contravviene a questo invisibile diktat rischia di vedersi il dito puntato contro e di essere etichettato come vanaglorioso e superbo.
Così bramiamo la ricchezza ma predichiamo la miseria; agogniamo un posto al sole ma invitiamo al nascondimento; desideriamo diventare qualcuno, ma incoraggiamo l’anonimato e l’annullamento di sé.
Eppure il bisogno di approvazione e di riconoscimento è un istinto naturale, una caratteristica dell’essere umano. Perché rinnegarlo? Perché fingere di esserne immuni?

Il desiderio di emergere: difetto o istinto naturale?

Vanità, da vano (vuoto, futile, inutile). «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità».
L’interpretazione spicciola di questo celebre passaggio biblico è che non serve arrabattarsi per una cosa o per l’altra, visto che tutto passa e si consuma, e alla fine dei nostri sforzi, dei nostri sogni e delle nostre conquiste non sarà rimasto nulla.
Tanto vale starsene buoni e tranquilli, cercare di godere del poco o molto che si ha e adagiarsi nel quieto vivere.
Comunemente la vanità è intesa come il compiacimento di sé e il desiderio di mettersi in evidenza, di essere ammirati. Le persone per bene storcono il naso di fronte a tale aspirazione, sostenendo che, al contrario, sia la modestia a dover essere coltivata innanzitutto.
Dipinto blu con una fanciulla che si risveglia al suono di flauti e cetre suonate da tre esseri surreali.

La modestia: una virtù da mettere in discussione

Già, la modestia: quella “virtù” che spinge ad apparire meno di ciò che si è, a nascondere i propri pregi e meriti. Se ci pensiamo bene, la modestia è sovente il tentativo – più o meno conscio - di accattivarsi la benevolenza altrui mostrando di essere persone innocue, che sanno stare al proprio posto e che mai ruberanno la scena agli altri.
Talvolta può essere addirittura una maschera sull’incapacità, o la mancata volontà, di mettere a disposizione i propri talenti. E se è vero che essere modesti significa, sul dizionario, avere consapevolezza dei propri limiti, è altrettanto vero che questi limiti sono il più delle volte del tutto arbitrari.
Vista in questi termini, quanto può essere falsa e penalizzante la modestia?
Eppure è considerata la regina delle virtù, e alcuni ne fanno silenziosamente mostra. Che gran contraddizione! Niente a che vedere con l’umiltà, che ha ben altro valore. Perché la modestia parla dell’apparire, mentre l’umiltà parla dell’essere.

Quando mostrarsi non è vanità

Certo, c’è una forma di vanità che davvero può essere definita tale, perché a nulla conduce. È la vanità tutt’altro che benevola di chi ostenta quel che non è o non può. Di chi cerca di apparire sapendo di non essere, e vorrebbe dare quel che non possiede; di chi aspetta i consensi, e se questi non arrivano giudica gli altri incompetenti e invidiosi. Questa sì è un difetto.
Ma quando una persona non si vergogna di mostrare ciò che è realmente, quando sente il piacere di condividere senza false modestie, non si può parlare di vanità. Al contrario, dovremmo riconoscerle il pregio di saper gioire di quanto le ha dato la vita, di saper provare soddisfazione per se stessa e per quello che fa. Dobbiamo riconoscerle il merito di far parte agli altri del suo stesso piacere.

Il coraggio di portare alla luce i propri tesori

Non vanità, dunque, ma coraggio di esporsi, di rischiare e di lavorare anche duramente per portare alla luce i propri tesori.
Questa specie di vanità - che tale non è - è tipica ad esempio degli artisti. Prima ancora di proporsi a un pubblico, l’artista deve riconoscere in se stesso l’ingegno. Ha necessità di essere realista, non di praticare la modestia: diversamente non potrebbe mettersi al lavoro per migliorare. Soprattutto non potrebbe rendersi conto di quanto può trasmettere.
Ma questa sua presa di coscienza è spesso considerata una forma di autocelebrazione: di rado accettiamo che qualcuno riconosca con obiettività quanto vale. L’ipocrisia pretende una falsa modestia, chiede di nascondere doti e talenti. Si infastidisce nel vedere qualcuno uscire dall’ombra, scoprire di cosa è capace, condividere con entusiasmo le proprie realizzazioni.

Se è l'invidia a parlare...

Perché?
Perché siamo convinti che l’affermazione di un altro pregiudichi la nostra. Come se il mondo fosse troppo piccolo e non ci fosse spazio per tutti! Perché la nostra paura di metterci in gioco ci fa sentire piccini di fronte a chi quella paura l’ha affrontata e vinta.
Forse dovremmo chiederci se il disprezzo della cosiddetta vanità non sconfini in un difetto peggiore: l’invidia.
«Ciò che rende la vanità degli altri insopportabile, è che offende la nostra» (François De La Rochefoucauld).

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Data pubblicazione: 27 marzo 2013
Ultima modifica: 3 ottobre 2026

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