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La spiritualità ha un corpo

Universi
LA SPIRITUALITÀ HA UN CORPO

Sarà vero che lo spirito e la materia si trovano su due piani diversi, difficili da conciliare?
Pare che per essere spirituali si debba rinunciare ai cosiddetti “piaceri della carne”. Così, almeno, ci hanno insegnato le dottrine religiose e tanti movimenti più o meno mistici.
Il risultato è che molti di noi, ancora oggi, pensano che sia necessario reprimere certi desideri e coltivare la rinuncia.
Non è che stiamo fraintendendo qualcosa?

I fioretti e la cultura della rinuncia

«Fai un fioretto a Gesù», ci dicevano da bambini per convincerci a qualche rinuncia. Oppure: «Mangialo per fioretto alla Madonna», quando ci trovavamo davanti a un piatto che proprio non andava giù.
Fin da piccolissimi abbiamo imparato che Gesù e la Madonna chiedono sacrifici, e che il più delle volte per far loro piacere dobbiamo dare un dispiacere a noi.

Anche da adulti, pur liberandoci dagli aspetti più ingenui della religiosità, continuiamo a trascinarci dietro convinzioni poco utili. Quante volte, ad esempio, siamo stati tentati di attirare l’attenzione di Dio promettendo di rinunciare a qualcosa che per noi era importante? E quanti hanno abdicato addirittura a sogni e aspirazioni, nella speranza di ottenere un suo “favore”?
La storia di Lucia Mondella, la protagonista dei Promessi Sposi, ne è un esempio emblematico.

Lo spirito contro la carne

Ancora oggi il termine “spirituale” viene associato a concetti come ascetismo, distacco, incorporeità. In suo nome si chiede spesso di astenersi dai piaceri, almeno in parte.
Nell’immaginario collettivo, il suo opposto è carnale, perché la “carne” viene considerata il ricettacolo di ogni impurità.

Eppure è illogico pensare che questo Dio ci abbia posto sulla terra aspettandosi che ci priviamo volontariamente di ciò che Lui stesso ci ha messo a disposizione. In pratica si pretende di avvicinarsi a Lui disprezzandone l’opera. In fin dei conti, disprezzando la vita stessa.

Il fascino ambiguo della sofferenza

Ma non si può immaginare un Dio buono che desideri la sofferenza dell’uomo. Se lo ha collocato in un paradiso terrestre (o almeno in ciò che lo era, prima che lo devastassimo), è perché potesse goderne. Perché riuscisse a gustare quel dono ed esserne felice, così da comprendere anche il valore del proprio esistere.

Dio non ha bisogno delle nostre privazioni. Cosa mai ci guadagnerebbe?
Certo, talvolta possono servire a noi, per rafforzare l’autodisciplina o per ottenere qualcosa a cui aspiriamo. Ma le rinunce volontarie e ripetute spesso sono un alibi, una scusa per sottrarci a ciò che siamo chiamati a essere.
Ci si illude di ingannare l’Altissimo tenendolo buono coi fioretti. Ma l’inganno ricade su di noi.

Non siamo qui solo di passaggio

Un’altra idea difficile da sradicare è che siamo qui solo di passaggio. Che ogni gioia terrena sia effimera e che tutto debba essere vissuto in funzione dell’Aldilà. Ma proiettarsi troppo nella speranza futura significa non saper vivere appieno quella attuale.
È un torto che si fa a quel Dio che diciamo di venerare, oltre che a se stessi.

Del resto, se siamo convinti che la sofferenza apra le porte del Paradiso, o addirittura rappresenti una via privilegiata per arrivarci, come potremo godere di qualcosa dopo la morte? Se l’attitudine a provare piacere si è atrofizzata, non tornerà quando ci ritroveremo all’altro mondo.
Siamo come bambini che devono crescere e imparare. Se restiamo al buio, rifiutando di nutrirci dell’esistenza, non ci svilupperemo in modo sano. E quando oltrepasseremo la soglia di casa non sapremo come muoverci.

Vivere intensamente è una forma di conoscenza

La permanenza sulla terra non può essere considerata una semplice fase di transito. È uno stadio dell’evoluzione, sì, ma non meno importante delle altre tappe. Anzi, si dice sia un’occasione unica per sentire e conoscere ciò che non si potrebbe mai sperimentare altrove.

Spirito e materia nell'essere umanoPerciò, anche se può sembrare paradossale, la forza dello spirito si manifesta nella capacità di vivere intensamente. Sta nella forza di assaporare ogni aspetto dell’esistenza, di godere delle cose buone, di accettare anche quelle che appaiono meno desiderabili. Quanto più siamo aperti alla gioia e alla meraviglia, tanto più diventiamo capaci di irradiare la bellezza che portiamo dentro. Apprezzando il Creato si arriva al Creatore.

È spirituale l’uomo la cui coscienza sa riconoscere il bene e l’amore. Che cerca l’essenza delle cose senza fermarsi alla superficie, senza lasciarsi traviare da convenzioni o pregiudizi. Perché, molto più che di dottrine o religioni, la spiritualità ha bisogno di purezza d’animo, apertura del cuore, pace della mente.
La ricerca interiore - una delle più grandi sfide per l’essere umano - ne è parte essenziale.

È spirituale l’uomo la cui coscienza sa riconoscere il bene e l’amore. Che cerca l’essenza delle cose senza fermarsi alla superficie, senza lasciarsi traviare da convenzioni o pregiudizi. Perché, molto più che di dottrine o religioni, la spiritualità ha bisogno di purezza d’animo, apertura del cuore, pace della mente.
La ricerca interiore - una delle più grandi sfide per l’essere umano - ne è parte essenziale.

Un precetto contro il buonsenso

Ripensiamo allora questa parola. Liberiamola dal significato che di solito le si attribuisce, che non è altro che una sua deformazione. Lo spirito non chiederà mai di rinunciare alla sua controparte materiale. Perché separarlo dalla carnalità (o corporeità, se preferite) significa dividere l’uomo da se stesso. Ma non si può separare “ciò che Dio ha unito”.
Può essere che abbiamo interpretato a modo nostro questa frase, traendone un precetto che spesso cozza col buonsenso, invece di chiederci cosa davvero volesse dire?

Gli antichi erano molto più saggi di noi anche in questo campo.
Il simbolo della stella a sei punte, detta anche esagramma o Sigillo di Salomone, ha un grande insegnamento per noi anche sotto questo aspetto. Perché i due triangoli intrecciati rappresentano anche l’unione di corpo e spirito.

Celebrare l'esistenza

Le tradizioni esoteriche hanno sempre sostenuto l’importanza di onorare entrambe le dimensioni. Ossia di viverle appieno, di rispettarle. E c’è un solo modo per farlo: essere “anima e corpo”. Celebrare l’esistenza. Immergersi in essa. Sentirne il soffio sulla pelle, nelle emozioni e nei sentimenti, percepirne il fuoco nei pensieri e nei gesti. Vederla pulsare negli eventi, coglierne il senso nelle relazioni.

È così che si costruisce un ponte tra il piano materiale e l’invisibile. Attraversandolo, si giunge a toccare la parte più preziosa di sé.

Il tempio dell’essere è tutt’altro che spoglio. Dall’incontro con se stessi si esce arricchiti, consapevoli che la spiritualità non è mai fine a se stessa. Si è rivestita di un corpo, attraverso il quale la divinità in noi agisce nel mondo: portandovi una comprensione più alta, una soluzione ispirata, una stilla d’anima.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Pubblicato il: 25 settembre 2010
Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2026

Per proseguire


Quando spirito e materia vengono messi l’uno contro l’altra, l’essere umano perde il senso della propria interezza:

Anche la conoscenza può frammentarsi, disperdendo i suoi pezzi e perdendo il suo valore.

Se il divino vive nell’essere umano, non può essere separato dalla vita concreta.

Cosa succede quando il corpo viene associato alla colpa e alla rinuncia?
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