Atena e Nike: il senso della vittoria
Universi
ATENA E NIKE: IL SENSO DELLA VITTORIA
Siamo abituati a competere, spesso senza chiederci perché. Eppure, mentre il nostro corpo funziona grazie alla collaborazione, la nostra vita sembra guidata dalla rivalità. Forse dobbiamo ancora capire il vero significato della parola "vittoria".
Il bisogno di prevalere
Cosa accadrebbe se, per uno strano capriccio, gli organi del nostro corpo entrassero in competizione fra loro? Se, prendendo esempio dal tipico comportamento umano, organizzassero una gara di velocità, una sfida a chi produce più enzimi o succhi gastrici, oppure tentassero di accaparrarsi il maggior spazio possibile. Quanto tempo potrebbe sopravvivere il nostro organismo? E quali ripercussioni ci sarebbero sul nostro benessere?
È strano: pur avendo sotto gli occhi uno dei sistemi più coordinati e collaborativi dell’universo, qual è appunto il corpo umano, il nostro istinto è invece quello di competere continuamente con qualcuno. Anzi, contro qualcuno. Ogni competizione, infatti, prevede che ci sia un avversario: un soggetto avverso appunto, qualcuno che, anziché in-contrare, dobbiamo contra-stare, contra-riare, contra-ddire. O almeno contro-llare.
Il fatto è che, fin dall’asilo - e forse anche prima - si viene spinti a gareggiare. Non si viene educati a distinguersi facendo il meglio possibile, ma a primeggiare a ogni costo, scavalcando gli altri e relegandoli in secondo piano, senza alcuno scrupolo.
Quando l'equilibrio si spezza
Tuttavia la competitività, che caratterizza in modo così marcato la società attuale, può diventare qualcosa di devastante. Pensiamo ad esempio al settore economico: oggi un Paese, per essere competitivo e reggere la concorrenza, è spesso costretto ad abbassare i salari, imponendo condizioni di vita difficili a chi lavora. Oppure deve imporre orari disumani; o pagare meno le materie prime, impoverendo chi le produce. Solo così può offrire un prodotto che, a pari valore, riesca a competere sul mercato.
Il risultato? Quasi nessuno ne trae beneficio: tutti i soggetti coinvolti restano insoddisfatti.
Anche a livello individuale la competitività può essere distruttiva. In ambito sportivo, ad esempio, l’antagonista è spesso percepito come un nemico. Perdere una gara è una tragedia, soprattutto ad alti livelli. Se gli uomini piangono raramente, è curioso quanto siano facili le lacrime su un campo da gioco.
Si è disposti a tutto: perfino a farsi del male ricorrendo al doping, oppure a spezzare la gamba di un avversario per fermare un pallone. Qualunque cosa, pur di ottenere la vittoria. Una vittoria che alla fine si rivela una sconfitta, soprattutto nei confronti di se stessi. Perché ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è di essere i primi, i più forti, i migliori: abbiamo bisogno di essere felici. Lo sport, che dovrebbe essere luogo di incontro e di formazione, si trasforma così in un terreno di battaglia dove sfogare la propria brama di prevalere sugli altri e, se necessario, di schiacciarli. La competizione, anziché avvicinare e offrire regole di vita, diventa un meccanismo che separa e allontana.
Il prezzo della vittoria
La parola “vincere” non ha certo una connotazione negativa, anzi. Il problema nasce quando viene utilizzata per mascherare arrivismo e rivalità. È un istinto profondamente umano quello di sfidare e sfidarsi, cercando di ottenere il miglior risultato possibile. Si punta alla vittoria perché porta soddisfazione, gioia, riconoscimento; eppure, paradossalmente, spesso si ottiene ben altro. Se i mezzi per raggiungerla implicano l’annientamento e l’umiliazione del prossimo, inevitabilmente la gioia sarà effimera, la soddisfazione fittizia.
Desideriamo apprezzamento e finiamo per suscitare rabbia. Cerchiamo ammirazione e raccogliamo antipatia e rancore. Ovvio che, in queste condizioni, sia impossibile pure godere delle vittorie altrui, e anzi ci roda l’invidia.
E dunque? Come conciliare l’istinto di affermazione con l’esigenza di vivere in pace?
Atena e Nike, la misura della sapienza
Per sciogliere questa dicotomia possiamo guardare a Nike, la dea greca della vittoria. Sebbene talvolta venga raffigurata da sola, numerose statue ce la presentano accanto ad Atena, dea della saggezza e della sapienza. Si diceva che nella fanciullezza fossero state compagne di giochi.Particolarmente significativa è l’immagine di Atena che regge la piccola Nike. Il messaggio è chiaro: la vittoria poggia sulla saggezza. O, rovesciando la prospettiva, è la saggezza a tenere tra le mani la vittoria.
Prima di gettarci a capofitto nella lotta, vale dunque la pena porsi alcune domande: su chi o su che cosa vogliamo riportare la vittoria? Qual è il trofeo a cui conviene ambire?
La conquista di quel che ci spetta
Non è la supremazia sull’altro ciò a cui anela l’anima. La nostra parte migliore desidera piuttosto trionfare sulle tendenze inferiori, quelle che ci tengono ancorati a un livello più basso dell’essere. L’anima aspira a vincere su ciò che ci allontana dagli altri, che ci rende nemici e rivali. Vorrebbe prevalere sugli impulsi distruttivi, sulla smania di dominio, su quegli istinti bellicosi che trasformano la vita in una contesa perenne.
Ambisce a liberarci da ciò che ci svia, per condurci alla conquista di quel che ci spetta.
Conseguiamo la vittoria quando stabiliamo l’armonia in noi. Quando troviamo il coraggio di confrontarci con ciò che ci dà fastidio, e che faremmo volentieri a meno di prendere in considerazione. Vinciamo quando restiamo nel giusto anche se non ci favorisce, quando accogliamo ciò che è, quando trasformiamo gli eventi in esperienza. Sono queste le vere sfide.
Competitività o competenza?
Lo spirito di competizione, di per sé, non è qualcosa di negativo. Dipende da come viene impiegato, e soprattutto da cosa lo suscita.
La competizione sana è quella che stimola a fare meglio, a dare il massimo; è quella che ci spinge a guardare a chi sta davanti a noi - a chi riconosciamo essere un passo oltre - per imparare. Che si tratti di una capacità, di una qualità da sviluppare, di un obiettivo da centrare. Perché nessuno può mettere in ombra un’altra persona, se brilla di luce propria.
Così la competitività diviene competenza, e la vittoria si trasforma in merito. Proprio come recita un antico frammento greco: «Nike, dispensatrice di dolci doni, lucente di oro, spargi a mortali e immortali il trofeo del valore».
da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu
Data pubblicazione: 25 marzo 2026
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È libero di muoversi, eppure non esce: i suoi passi lo riportano sempre allo stesso punto.
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