Vai ai contenuti
Salta menù
Salta menù

La prigione del Minotauro

Universi
LA PRIGIONE DEL MINOTAURO

Il Minotauro, creatura metà uomo metà toro della mitologia greca, è una figura carica di significati e interpretazioni.
È allo stesso tempo carceriere e carcerato. Attende fanciulle vergini da divorare, sue prigioniere senza scampo, ma è lui il primo ad essere divorato da un destino assurdo.
Un essere apparentemente libero, senza catene, che può muoversi ovunque - eppure non può uscire.
Non sempre le sbarre delle nostre prigioni sono dove crediamo.

Un mostro nel labirinto

Asterione, chiamato anche Minotauro. Immaginatelo. Un essere possente, dal corpo di uomo e la testa di toro. È sano e forte, non può essere sottomesso. Si muove come preferisce, perché non ha catene; ha a disposizione uno spazio vasto, nel quale può camminare all’infinito.
Una creatura libera, dunque? Tutt’altro. Il luogo in cui abita ha barriere di cui forse non è nemmeno cosciente: è un labirinto. Passaggi obbligati, incroci ingannevoli e la condanna a girare in tondo senza giungere mai da nessuna parte. L’illusione di percorrere una strada rimanendo invece sempre fermi.
Cosa vi fa venire in mente? Il povero Minotauro non somiglia molto all’uomo moderno?
Tuttavia il labirinto non è la sua vera prigione. Il suo limite è un altro, molto più evidente e paradossalmente non percepito, almeno da lui. La prigione è la sua testa di toro. Le sbarre ce l’ha in testa.

Siamo davvero padroni di noi stessi?

Labirinto sotto la luna piena - dipinto di Tomaso PirrighedduMolti individui ritengono di essere padroni delle proprie idee e convinzioni, di essersele formate da sé. Eppure quasi mai escono dai percorsi tracciati dalla mentalità sociale, o meglio da chi la determina. Il Sistema li tiene incarcerati. Lo fa in modo sottile, distraendo le sue vittime con mille artifici, plasmando i cervelli senza che i loro proprietari nemmeno se ne accorgano.
Alcuni di noi non stanno più al gioco. Da tempo cerchiamo di svincolarci dai luoghi comuni, dall’omologazione, dalle nozioni che ci vengono presentate come verità indiscutibili. Abbiamo visto che il dogma non appartiene solo alle religioni costituite: viene professato anche dalla scienza, dalla storia ufficiale, dalla politica. E un dogma è sempre una coltre stesa per coprire qualcos’altro.

Ma mentre ci adoperiamo per abbattere le prigioni esteriori, rischiamo di cadere in altre trappole più subdole. Quante volte, ad esempio, ci lasciamo tenere in pugno dagli istinti più bassi, da impulsi incontrollati, da paure di ogni tipo? Quante volte ci sentiamo braccati da desideri di rivalsa, dalla brama di vendetta, dalla necessità di dimostrare qualcosa agli altri?
La libertà primaria, la madre di tutte le libertà, è il governo del proprio pensiero. Ma la maggior parte di noi non sa nemmeno cosa sia.
La testa taurina domina, ma non ci sono specchi nel labirinto.

I nomi dei guardiani

Asterione non ha guardiani. Perciò chi gli impedisce di scappare dalla sua dimora? Di fatto nessuno. È lui stesso il guardiano. Ed è anche il labirinto.
Così siamo noi. Non è facile fuggire dai meandri della mente: giriamo di continuo attorno agli stessi pensieri. Proprio come il Minotauro, che le idee nuove, le idee fanciulle, se le mangia. Le divora.

Ci lasciamo trattenere dalla convinzione di essere impotenti, di essere solo dei “piccoli” esseri umani, sballottati sulla terra senza un vero motivo, alla mercé di chissà quale dio che gioca con le nostre esistenze.
Ci sono le abitudini, sovente messe al comando. La schiavitù dei sensi di colpa. L’attaccamento alle opinioni. Il rifiuto di prendere coscienza di ciò che secondo noi non conviene, di ciò che cozza con le nostre convinzioni. La paura del giudizio.
C’è poi l’incapacità di scegliere, quella tendenza a lasciare che siano altri a decidere per noi, a delegare il nostro potere. L’ansia per il futuro. La paura del fallimento o il timore del successo.
E ancora: la smania di controllo, in parte imposta da uno stile di vita che nemmeno ci siamo scelti. Il desiderio di manovrare gli altri e gli eventi. Le aspettative. Le dipendenze.

Il coraggio di uscire

Figura che si muove in uno spazio senza uscita, immagine dei limiti della menteSono questi i nostri carcerieri, tanto più insidiosi quanto più li neghiamo. Agiamo sotto l’occhio vigile di sentinelle che non ci lasciano uscire dalla nostra fortezza invisibile. Solo chi guarda da fuori lo vede limpidamente.
Così ci ritroviamo a essere allo stesso tempo il carcerato, il secondino e la prigione.
La libertà si misura anzitutto nella capacità di superarsi, di uscire dalle stradine già tracciate. Dove camminiamo di buon grado, perché ci danno l’illusione della sicurezza. Spesso non si è liberi per vigliaccheria.

Per sfuggire alle pressioni interne o esterne, il pensiero deve avere la forza di uscire dal labirinto. Ma come può prendere il volo se si lascia trascinare da mille correnti diverse? A meno che non provenga da una mente davvero illuminata, il pensiero può sempre essere contestato. Non si può avere la certezza assoluta di essere nel giusto, quando si pensa.

Divide et impera: il Minotauro e la divisione interiore

C’è invece qualcosa di non contestabile: quel che si esperisce profondamente, che si “tocca” e si constata oltre i sensi fisici. Ciò che si vede con gli occhi dell’anima. Parliamo di quella capacità di percepire che non passa solo dai sensi, ma che a volte li attiva tutti contemporaneamente. Un sentire che implica la sintonia tra le facoltà interiori.
Sappiamo che ogni nostra parte chiede di esprimersi e di comunicare con le altre. Il cuore deve interagire con la mente e con l’anima; la mente ha bisogno di confrontarsi col cuore e con l’inconscio; la coscienza preme per essere ascoltata. E anche l’ego ha i suoi diritti: se gli togliamo la possibilità di dire la sua, ci si rivolterà contro. Lo si può ammansire concedendogli la parola, e poi rimetterlo in asse.

Se ciò che sentiamo dentro viene negato, tutte le altre forme di libertà sono un’illusione. Perché l’uomo la possiede solo se non tradisce ciò che è. Quando è padrone e non servo di se stesso. Una condizione irraggiungibile se porta in sé la guerra.
«Divide et impera». La frammentazione di un popolo, si sa, apre la porta ai tiranni. Altrettanto fa la scissione interiore. Se un individuo è diviso in se stesso, forze esterne potranno infiltrarsi e stabilire il proprio dominio, togliendogli la capacità di decidere da sé. Non per nulla la parola “diavolo” deriva da diaballein, che significa “dividere”. E il Minotauro è un essere diviso a metà.

La libertà ha bisogno di consapevolezza

Ecco perché non potrà mai lasciare il labirinto. Almeno non da vivo, ossia finché conserva quel corpo mezzo animale e mezzo uomo. Per andarsene ha bisogno di consapevolezza, di integrità. Quando si risana la frattura tra cuore, mente e anima, la visione si fa chiara. Così l’agire diventa scelta anziché costrizione.
Perciò non ci si libera finché non si cresce. E l’essere liberi fa crescere, perché si può esplorare l’esistenza in ogni direzione, senza blocchi o censure.
Certo non consiste nel fare quel che pare e piace: nessuno può prescindere dalle regole della vita, che salda sempre i conti. La libertà interiore non coincide con l’inimicarsi la Giustizia Universale. Ma dà la possibilità di dire e fare ciò che davvero si sente, perché niente contrasta dall’interno, niente fa da zavorra.

Libertà è essere leggeri. È sapere che i piedi non sono ancorati al suolo, che si ha sempre la possibilità di innalzarsi. È la decisione di abbandonare a terra le spoglie animali e tutto ciò che non ci appartiene, per manifestare finalmente la propria natura.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Data di pubblicazione: 24 agosto 2020
Ultimo aggiornamento: 4 maggio 2026

Le stesse catene


Il Minotauro non è l'unico a vivere rinchiuso. Spesso ci rassegniamo a vivere in prigioni difficili da riconoscere:

Ciò che resta nascosto dentro di noi può diventare un limite o una guida.

Il mostro del labirinto non è riuscito a ribellarsi a ciò che era stato decretato per lui. E noi?

«Io sono legato a queste mura... finché non sarà rimasta più una pietra sull'altra».
Torna ai contenuti