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La gabbia con la porta aperta

Universi
LA GABBIA CON LA PORTA APERTA

Chi ci tiene davvero in trappola?
Le prigioni mentali sono ancora più strette di quelle fisiche, ma sono invisibili per chi non ha imparato a osservarsi. E non è così scontato riuscire ad abbatterle.
Ma non siamo nati per rimanere rinchiusi e circoscritti. Noi siamo sconfinati.

Le sbarre che non possiamo vedere

Chi decide quali sono i nostri limiti? Chi li fissa?
Le circostanze esteriori, certo. Le condizioni in cui ci troviamo, l’ambiente che ha forgiato il nostro modo di essere fin dalla nascita. La disponibilità finanziaria, lo stato di salute, il grado di istruzione, le opportunità offerte dal Paese in cui viviamo...
Non è difficile identificare le sbarre che costituiscono la nostra gabbia personale, visto che le osserviamo e inveiamo contro di esse da una vita. Meno facile è individuare le prigioni mentali, ancora più strette ma invisibili a chi non ha imparato a osservarsi. In effetti occorre spietatezza per vederle. E una volta constatate non è così scontato riuscire ad abbatterle.

Il confine del conosciuto

Uomo dentro una tana d’albero, simbolo dei limiti e delle prigioni mentaliMa perché qualcuno dovrebbe costruirsi una gabbia ed entrarci volontariamente, buttando via la chiave?
In realtà di volontario c’è ben poco. L’uomo si muove entro il territorio di ciò che vede e sa. Difficile andare oltre, perché l’ignoto è una specie di voragine. Solo a sbirciarlo vengono le vertigini.
Ciò che non si vede e non si conosce, di fatto, non esiste. Come potremmo dunque muoverci lì dentro, o meglio lì fuori? Come potremmo scorgere qualcosa che per noi non c’è?

Dall’altra parte c’è la zona dell’esistente, più o meno chiara e demarcata, variamente percepita. È il luogo del conosciuto e del ri-conosciuto, del consueto, del definito. È la solida terraferma, lo spazio in cui si radicano le abitudini, le regole, gli insegnamenti ricevuti, le credenze personali e collettive. La chiamano anche “zona di comfort”, sebbene a lungo andare divenga piuttosto sconfortevole, anzi una vera culla di sconforto.

I paletti che mettiamo da soli

Questo terreno apparentemente amico, infatti, nasconde molte insidie. E l’insidia maggiore sta proprio nel fatto che sia recintato: è pieno di paletti, che sappiamo di non dover oltrepassare. Chi lo dice? Noi stessi! O meglio una parte di noi: quella parte timorosa e remissiva che, con la sua vocina lamentosa, ci ricorda che può essere pericoloso avventurarsi oltre l’orizzonte noto.
Non si tratta di luoghi fisici ma di paesaggi dell’essere. Cosa potrebbe succedere, ad esempio, se dovessimo cambiare atteggiamento con determinate persone e mostrarci diversi da come sono solite considerarci?
Forse perderemmo la loro approvazione... E in quale abisso di miseria precipiteremmo se, per inseguire il nostro sogno, dovessimo lasciare quel lavoro che ci opprime ma che ci dà una qualche sicurezza? Quale catastrofe potrebbe piombarci sulla testa se sfidassimo il pensiero corrente, o la religione in cui siamo stati allevati, o le usanze della nostra comunità? O se allargassimo i nostri orizzonti a concetti e argomenti estranei a quelli abituali?

Rassegnazione, paura, sottomissione, pessimismo

A questo punto possiamo chiederci chi ci tenga davvero in trappola.
La verità è che nessuno può davvero impedirci di mettere in atto le nostre decisioni.
Tutt’al più potrebbe ricorrere alla persuasione, ma in tal caso non farebbe altro che rafforzare le catene con cui noi stessi ci teniamo legati. Perché le barriere, gli intralci, i nemici sono soprattutto dentro di noi, nella nostra mente. Si chiamano rassegnazione, paura, sottomissione, pigrizia, pessimismo.
Ogni paletto ha un nome, e ogni recinzione è stata tirata su per un motivo preciso di cui nemmeno ci ricordiamo più. Ma è lì da sempre, a ostruirci il passaggio, e ormai la riteniamo un elemento inamovibile del nostro scenario. Spesso non ci accorgiamo neppure della sua esistenza, o addirittura ne andiamo fieri: «Io sono fatto così».
E invece no. Non siamo nati per rimanere rinchiusi e circoscritti. Noi siamo sconfinati. Il fatto che ci rassegniamo a vivere in uno spazio angusto è tutt’altro che naturale. Le restrizioni appartengono alla nostra personalità, costruita un condizionamento dopo l’altro; ma l’uomo non è solo una personalità. C’è altro oltre quelle maschere multiple.

Ma l'anima è illimitata

La mente, lo sappiamo, è assai lontana dall’essere sfruttata per intero. Se è vero che ne utilizziamo solo una frazione, da qualche parte dev’esserci il resto. Ma l’anima no, l’anima è illimitata. E se ce lo ricordassimo ogni volta che sentiamo la tentazione di indietreggiare? Basterebbe rendersi conto che siamo infinitamente più estesi delle nostre stesse convinzioni... e che siamo qui proprio per sfidarle.

Quelli che riteniamo ostacoli o paletti non sono lì per caso. Non sono stati piantati da una divinità poco benevola, o da un inconscio dispettoso. Hanno anch’essi la loro funzione: segnalano quei punti deboli che, una volta elaborati, produrranno forze e competenze nuove.
Proprio ciò di cui ha bisogno chi vuole andare lontano.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Data pubblicazione: 30 ottobre 2019
Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2026

E se non ti basta...

Forse il confine che crediamo di non poter oltrepassare è soltanto nella nostra testa:
Figura che si muove in uno spazio senza uscita, immagine dei limiti della mente

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È libero di muoversi, eppure non esce. I suoi passi lo riportano sempre allo stesso punto.

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