Lo specchio e il suo riflesso
Universi
LO SPECCHIO E IL SUO RIFLESSO
Gli specchi: oggetti carichi di magia come pochi altri.
Simboli potenti di ciò che appare e soprattutto di ciò che non si può vedere.
Cosa si trova dietro lo specchio? Quale mistero si concentra nel suo riflesso?
Se fossimo in grado di interrogarlo davvero, potremmo conoscere e riconoscere tante cose: anzitutto di noi stessi, e poi degli altri.
Lo specchio e gli altri
«Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?»
La risposta non piacque alla matrigna di Biancaneve, che conosceva bene l’attendibilità del suo servitore. E infatti, secondo alcune versioni della fiaba, la strega lo ruppe in cento pezzi. A volte la realtà è difficile da mandar giù!
Quanto sono affidabili, invece, gli specchi che inconsapevolmente interroghiamo ogni giorno? Non parliamo di quelli appesi alle pareti - sebbene anche loro avrebbero molto da dirci, se li osservassimo davvero. Parliamo piuttosto degli specchi che continuamente ci vengono incontro, travestiti in mille modi, dei quali mai sospetteremmo un riflesso “magico”.
Si tratta degli altri.
Sì, gli altri: il nostro prossimo, chi incrocia la nostra strada e ci restituisce, senza saperlo, un riflesso della nostra immagine. A volte distorto, a volte così evidente che ci verrebbe voglia di… mandarli in frantumi.
Il giudizio e l'immagine

Lo specchio è il giudizio che gli altri danno di noi. E viceversa.
Lo specchio siamo noi stessi. Quasi sempre diciamo degli altri, nel bene o nel male, quel che non possiamo dire di noi. Due sono le sue facce: una riflettente, l’altra nascosta. Perché siamo riflesso e oscurità allo stesso tempo.
Non sveliamo quasi mai quel che siamo davvero: offriamo solo una superficie, letteralmente un’immagine superficiale. Una facciata mutevole, perché un momento ci sentiamo e sembriamo in un modo, e subito dopo ci presentiamo del tutto diversi. Ah, l’incostanza!
Il problema è che a volte neanche noi sappiamo come siamo realmente: a forza di ostentare quel che non siamo, perdiamo l’identità. È uno sforzo continuo di apparire migliori. Ecco le due superfici dello specchio. Poco è quel che si rivela nella sua luce: per istinto nascondiamo, sia a noi stessi che agli altri, non solo i nostri difetti e lacune ma paradossalmente anche i nostri lati migliori.
In compenso i difetti li attribuiamo al prossimo, implacabilmente. Chi inventò la metafora della trave e della pagliuzza sapeva quel che diceva.
La paura della verità
Così, sebbene ci condizioni parecchio - più di quanto vogliamo ammettere - il giudizio che riceviamo ha un valore relativo: dipende da ciò che mostriamo. La versione che diamo di noi non sempre corrisponde al vero. Ci piace apparire in un certo modo, ostentiamo di essere chissà chi, facciamo sfoggio di sapere chissà cosa... e magari proprio in questi aspetti veniamo criticati più aspramente.
Il timore di essere visti per come siamo ci sconvolge. Eppure il nostro vero io spesso è più apprezzabile di quello che viene esibito.
L’apparenza va sempre a nostro danno, anche perché se ci presentassimo senza veli di falsità sarebbe più facile incontrare qualcuno che ci possa dare una mano a migliorarci, oppure che voglia prendere esempio dai nostri lati positivi. Ma se offriamo soprattutto illusione, a chi mai potremo giovare?
Nella nostra sete di approvazione, non ci rendiamo conto nemmeno che quel che facciamo trapelare viene interpretato in modi differenti dall’uno o dall’altro, così che i giudizi saranno comunque i più disparati. Ciascuno osserva la realtà con occhi propri. Se noi per primi non sappiamo riconoscerci, cosa possiamo pretendere dagli altri?
Interrogare il riflesso
Eppure non si può distinguere lo specchio dal suo riflesso: ci vediamo sempre come vogliamo vederci, nonostante da qualche parte alberghi in noi la coscienza che ci stiamo ingannando.
L’immagine che abbiamo di noi è spesso una supposizione. La sua inconsistenza, di cui abbiamo una vaga percezione, genera insicurezza, indecisione, dubbi. Mentre la serenità che inseguiamo ha bisogno dell’essere.
Perciò dovremmo porre qualche domanda alla figura che appare nel nostro specchio personale. Scoprire cosa c’è oltre la superficie, tentare di cogliere quel che non trapela dal riflesso. Possiamo chiedergli cosa siamo, e perché; soprattutto farci dire ciò che ci piacerebbe essere, perché sappiamo che non è la sembianza che conta.
Le leggi dello specchio
C’è anche l’altra faccia della medaglia. Lo specchio, come tutti gli oggetti magici, è soggetto ad alcune leggi che spiegano come usarlo, e contemporaneamente ne svelano l’utilità.
Con la prima legge ci chiediamo: che cosa, nel nostro prossimo, ci irrita e disturba? Può sembrare paradossale, ma spesso vediamo con stizza e critichiamo proprio ciò che non riusciamo a tollerare di noi stessi. È un meccanismo difficile da individuare, perché tendiamo a negarlo. Ma le leggi universali non hanno bisogno del nostro consenso per essere valide.
La seconda riguarda le nostre reazioni di fronte alle critiche. Se ci sentiamo oltraggiati e feriti, è opportuno chiederci quale punto dolente in noi è stato toccato.
Quando invece la critica non ci sfiora, emerge la terza legge. Se reagiamo con un sorriso o un’alzata di spalle, è probabile che il problema non sia nostro, ma della persona che ci sta di fronte. È l’altro che sta proiettando su di noi ciò che lo irrita di se stesso.
La quarta, la più benevola, ci ricorda che riusciamo ad apprezzare nel prossimo ciò che in qualche modo è già presente nel nostro modo di essere, e che abbiamo scorto in noi almeno in nuce.
Uno strumento magico
Così nell’altro ci riconosciamo, proprio come in uno specchio, perché riflette quel che davvero siamo. E in quel momento ci sentiamo simili a lui, almeno per un istante.
Anche il nostro specchio è uno strumento magico, come quello della matrigna di Biancaneve. Dovremmo interpellarlo come faceva lei. Potrebbe rivelarci qualcosa della nostra bellezza vera, e non solo di quella esteriore.
Lo specchio infranto
Si dice che infrangere uno specchio porti sfortuna: addirittura sette anni di guai.
Sarà una diceria nata quando questi oggetti erano costosi, e romperne uno era un gran danno?
Probabilmente no: dietro questa superstizione si cela, come al solito, un fondo di saggezza.
Lo specchio, se integro e terso, rivela la nostra essenza più alta: è attraverso il riflesso esteriore che si manifesta nel mondo la Radice dell’anima.
Rompere lo specchio, perciò, significa mandare in frantumi la nostra parte migliore. Quella che, dopo essere stata costruita e ripulita con fatica, rifletteva la luce. È l’ingresso nell’ombra, l’abbandono di qualcosa di prezioso.
Uno specchio in frantumi rimanda un’immagine interrotta, distorta. Non lascia più intravedere i Mondi Alti che portiamo dentro.
Ma c’è sempre la possibilità di aggiustarlo, di porre fine ai guai... dopo sette anni di pellegrinaggio alla ricerca del Sé perduto.
Si tratta di un tempo simbolico: i sette anni rappresentano quel periodo, più o meno lungo, che impieghiamo a ricomporci. Il tempo necessario a ritrovare quel che di luminoso dimora in noi.
da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu
Pubblicato il: 29 luglio 2013
Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2026
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