Vai ai contenuti
Salta menù
Salta menù

La camera segreta

Universi
LA CAMERA SEGRETA

Viviamo immersi nel rumore, connessi ma alienati, senza pace né quiete.
Eppure esiste un luogo interiore in cui la mente può rasserenarsi, uno spazio dove le cose trovano finalmente il loro posto.
Molti lo chiamano silenzio, altri raccoglimento, altri ancora meditazione.
È un rifugio nascosto che troppo spesso dimentichiamo di frequentare.
Forse è lì che nasce il vero significato della parola “preghiera”.

Più siamo addormentati più facciamo rumore

Probabilmente quella attuale è la civiltà più assordante che questo pianeta abbia mai ospitato. Non dev’essere facile ospitarci, per la Terra.
Sembra paradossale, ma più “dormiamo” più facciamo rumore. E il sonno del nostro spirito, in quest’epoca, è più profondo che mai. Se per qualche minuto ci ritroviamo senza sapere cosa dire, ci sembra di annaspare e andare fuori sincrono. Non sopportiamo il silenzio, ma per fortuna c’è la panacea di tutti i mali: lo schermo sempre acceso. Altrimenti ci arrotoliamo nella nostra rete di innumerevoli finti contatti.

È questo il modo in cui la società moderna - detta anche “il Sistema” - riesce a tenerci prigionieri in una gabbia di chiasso e distrazioni. Le rare volte in cui ci ritroviamo a tu per tu con colui che abita dentro di noi, ci sentiamo a disagio. Non sappiamo come confrontarci con lui, a meno che non ci travolga col suo solito saltare da un argomento all’altro.
Eppure c’è chi sostiene, da sempre, che scavalcando questo muro di parole inutili si arrivi a un giardino di quiete. Uno spazio personale in cui riposare, placare la mente, ricevere nutrimento. Ma non abbiamo mai tempo per frequentarlo, e in quei momenti di sosta che intervallano le nostre attività non ce ne ricordiamo nemmeno.

Entrare nella propria stanza interiore

C’è un passo evangelico che parla proprio di questo rifugio:
«Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,6).
La camera segreta interioreNon si tratta solo di pregare, almeno nel senso comune del termine. Si può entrare nella camera segreta del proprio essere anche per meditare, per riflettere, per collegarsi con la propria coscienza. Che non è una sorta di giudice, come si tende a pensare. È piuttosto la capacità di prendere consapevolezza, anzitutto di sé e poi di tutto il resto.

Entrando in questo luogo intimo si accede a uno stato diverso.
Nel silenzio, la coscienza dialoga finalmente con la mente. Avviene il miracolo della presenza a se stessi. Come quando si riesce a individuare l’immagine nascosta in uno stereogramma, partendo dal punto centrale si può muovere lo sguardo tutt’intorno e cogliere ciò che di solito sfugge.
È questa la “luce della coscienza”. Al suo cospetto non c’è bisogno di mettere in discussione nulla perché, semplicemente, le cose trovano il loro posto.

Le parole che coprono l'essenziale

Il passo di Matteo prosegue così:
«Pregando non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8).
Le nostre religioni amano le grandi cerimonie, l’ostentazione del lusso, i sermoni estenuanti. Le parole si sprecano eccome. Almeno nelle intenzioni dovrebbero rafforzare lo spirito comunitario; ma cosa resta, in quei contesti, del contatto personale col divino? I riti pubblici hanno il loro valore, ma troppo spesso finiscono per diventare un impedimento all’essenziale.

Quando ci si chiude nella propria stanza, invece, i paramenti non contano. Gli abiti cadono: siamo nudi di fronte a noi stessi. In quel momento possiamo guardare in faccia i nostri veri sentimenti. Solo allora possiamo “inventare” un linguaggio personale, composto con le lettere dell'essere.
Anziché pronunciare frasi scritte da altri, quando ci ritroviamo davvero soli sentiamo la necessità di espressioni nostre. Parole e silenzi che, salendo dal cuore, incontrino la mente a metà strada. “Stato di coerenza” lo definisce qualcuno.

Mendicare alle porte del Cielo

Ci hanno insegnato a pregare per dovere o per necessità. Ci serviamo di invocazioni pensate e costruite da altri, da ripetere quotidianamente o per un determinato numero di giorni. Ma queste parole non sono scaturite dalla nostra fonte interiore.
Ci hanno anche abituato a pensare alla preghiera come a una specie di lista della spesa: elenchi di richieste che presentiamo a Dio, magari accompagnate con piccole promesse e “fioretti” che utilizziamo quasi come merce di scambio. Siamo convinti che Dio apprezzi privazioni e penitenze varie, e che sia più propenso a concedere le sue grazie a chi si cosparge la testa di cenere. Eppure a quest’ora dovremmo aver già constatato che le cose non funzionano esattamente così.

Ciò significa che non dovremmo nemmeno chiedere? Che non è il caso di far presente i nostri desideri neanche al buon Dio?
Certo che possiamo, e dobbiamo. Però c’è modo e modo.
Quante volte ci presentiamo alla porta del Cielo come mendicanti, chiedendo l’elemosina? Pensiamo che lagnandoci per bene riusciremo a impietosire l’Altissimo. Ci dimentichiamo della nostra dignità di creature che non devono presentarsi a un despota, ma a Qualcuno da cui deriva la loro stessa sostanza. E se disgraziatamente, dopo richieste incessanti, non veniamo esauditi, concludiamo che forse Dio non esiste. Oppure che ci ha abbandonato anche lui.
Non ci viene in mente che ci siamo abbandonati da soli.

Il Padre che vede nel segreto

Se davvero sapessimo di rivolgerci al Padre di cui parlava il Cristo, non sentiremmo l’esigenza di usare certe tattiche. Una fede compiuta sa che il Dio dentro di noi conosce già ciò che ci serve: per vivere, per crescere, per andare avanti. Perché “il Padre mio che vede nel segreto” è il mio Sé Superiore, la fiamma divina che mi appartiene pur essendo parte dello Spirito Universale. E mendicare alle porte di se stessi non ha senso.
Così, il monito evangelico può essere tradotto in questo modo: cerca di entrare in te stesso per comprenderti fino a fondo, perché se non hai una visione limpida e la volontà di capire, la tua preghiera non sarà molto efficace. Chi è che parla in te? Chi ascolta?
Cerca il valore del tuo esistere, interrogati su cosa sei venuto a fare qui. Perché anche quando ti sembra che la tua vita sia una landa arida, il suo senso più profondo resta quello di viverla.

«Chiedete e vi sarà dato».
Non è sbagliato chiedere, certo. Ma che cosa?
Consigli. Chiarezza. Il discernimento per camminare diritti, per uscire dai vicoli ciechi, per riuscire a tornare indietro se la strada si fa oscura. Un aiuto per riappropriarci dei beni che già sono nostri: la coscienza, il cuore, la determinazione a essere. L’apertura per accogliere nuove vie. La forza per dare forma al disegno dell’anima.
Queste sono le cose che dovremmo chiedere. Tutto il resto non è pregare, ma elemosinare. E chiedere l’elemosina non è un atto di umiltà, ma una resa alla propria incapacità di vivere.

La preghiera è espansione della coscienza

Ecco, la vera preghiera ti sostiene mentre cerchi il significato dell’essere. Non servono a questo né gli elenchi, né le novene, né le ripetizioni o le cerimonie pompose. Basta ritirarsi ogni tanto dentro di sé, chiudere la porta e accettare di ritrovarsi faccia a faccia con lo sconosciuto che ci abita. Uno sconosciuto che è umano e divino insieme, e che ha molto da dirci.
Pregare significa espandere la coscienza ed espandersi nella conoscenza. Lo scopo dunque non è quello di estraniarsi in un eremo personale, sebbene questo passaggio sia necessario. Il fine è proprio il contrario: immergersi più in profondità nell’esistenza, assaggiarla con tutti i sensi - anche quelli spirituali – e lasciarsene sorprendere.

Ogni essere vivente prega. Anche le creature che non conoscono parole. Pure le piante, le montagne, i fiori. Perché pregare è vivere e voler vivere.
Si prega col modo di essere, di sentire, di agire. La preghiera è un perpetuo movimento di andata e ritorno: salire e scendere, ricevere per distribuire, essere per fare. Salire a toccare lo spirito ardente, e ridiscendere per portarlo nella materialità.

Chi ascolta davvero?

La preghiera non è altro che un dialogo dell’anima con Colui che sappiamo ci sta ascoltando.
Ma chi è che ascolta?
Tutto l’universo percepisce il nostro intento. E questo universo, questo Tutto, sa dove, come e attraverso chi intervenire. Perciò pregare è rendersi conto che il Creato non è frutto del caso, né è abbandonato a se stesso, e che miriadi di esseri cooperano per tessere i fili dell’esistenza.
Il Tutto viene a noi carico di doni e possibilità, anche se spesso siamo troppo distratti per accorgercene. Anche se quel che ci viene offerto non ci interessa perché stavamo aspettando qualcosa di diverso.
Pregare è sapere che nessuna Potenza divina potrà darci ciò che noi non ci impegniamo a ottenere. È capire che non possiamo chiedere a Dio ciò che non siamo disposti a dare a qualcun altro. O a noi stessi.

da: "Il cerchio dei 72"
Maria Antonietta Pirrigheddu

Data pubblicazione: 1 giugno 2018
Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2026

Immergersi


Entrare nel silenzio interiore e poi tornare a percorrere le vie della materia:

Se non diventa vita concreta, non ha senso né scopo.

Scendere nelle profondità della terra per cercare la “pietra occulta”. Ma che significa?

Le scelte migliori, le decisioni importanti, hanno bisogno di un attimo di quiete.
Torna ai contenuti